Salvini-Di Maio, il lavoro nero e il Milan. Quando il populismo fa autogol

Politica

Attenti alla comunicazione “tuttofare” e a “tutto-campo”. Chi di populismo mediatico colpisce, di populismo mediatico perisce. Negli ultimi due giorni ne hanno fatto le spese proprio due simboli della nuova comunicazione, che non dovrebbero commettere certi errori.
Proprio Salvini e Di Maio, due campioni dei social, che hanno costruito il consenso grazie agli annunci e grazie alla percezione, dilatata rispetto alla realtà.

Salvini, come noto, partecipa e parla di tutto e va ovunque. Argomenti e luoghi che, ovviamente, servono a potenziare la sua immagine di lotta e di governo: rom, porti, ruspe contro i Casamonica, Ue, migranti, sicurezza, imprenditori vessati, trasmissioni per casalinghe, prove del cuoco etc. Di Maio, compensa con gli argomenti e i luoghi che hanno a che fare con la corruzione, la Terra dei fuochi, gli sprechi, i privilegi. Nel nome e nel segno il primo, del primato italico; il secondo, dell’onestà.
E in virtù della suddetta regola compulsiva e onnivora, è capitato che Salvini abbia commentato più volte, in senso negativo, le gare del Milan, abitudine berlusconiana, ma il Cavaliere poteva farlo, visto che ne era il presidente-mecenate-finanziatore.

Ed è capitato che Di Maio abbia risposto alla nota vicenda che ha riguardato il padre.
L’inciampo è stato proprio questo: la replica al vice-premier di Ringhio Gattuso che, da patriota nazional-popolare, del Sud borbonico anti-leghista prima maniera, non gliele ha mandate a dire: “A Salvini dico di pensare più alla politica, perché abbiamo problemi molto gravi. E se lui ha tempo di pensare anche al calcio, vuol dire che siamo messi proprio male”.
Apriti cielo, il popolo, per bocca di un capitano di calcio, che si ribella al Capitano politico.

L’altro inciampo: Il lavoro nero col quale Antonio Di Maio, padre di Luigi, secondo la denuncia di un ex dipendente, feritosi pure sul posto di lavoro, avrebbe gestito la sua azienda (di cui Luigi è stato anche socio).
Corretta la risposta di Di Maio, in linea col codice etico grillino: “Ha fatto bene l’operaio a denunciare l’irregolarità, un episodio e comportamenti che non condivido”. E corretta la “correzione” di Salvini: “Ho parlato da tifoso”.

Ma non basta, c’è una riflessione da fare: Salvini col suo commentare tutto rischia l’eterogenesi dei fini: che il popolo-sovrano protesti contro di lui e lo veda, prima o poi, anche lui, come casta.
E Di Maio si deve rendere conto che costruire un soggetto politico basato sull’onestà, è limitante e pericoloso. Finisce inesorabilmente come il giacobino Robespierre: c’è sempre qualcuno più onesto di lui e del suo partito. L’onestà, infatti, è un pre-requisito, una pre-condizione della politica, cui deve obbligatoriamente seguire la competenza, altrimenti possiamo avere ladri competenti e onesti incapaci.
E se Il Movimento, come è dalla nascita, si basa completamente sull’onestà, basta un minino sospetto per far crollare il castello (Raggi docet). E si ridà fiato ai cosiddetti nemici, che non aspettano altro che vendicarsi. Come sta facendo Renzi, inchiodato per il padre, o la Boschi, crocifissa per la sua famiglia.

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