Corinaldo. La musica trap è responsabile o no?

Politica

Primo dato positivo: un buon numero di osservatori, alcune trasmissioni televisive, in primis, gli ospiti Crepet e Meluzzi, ma anche i giornalisti Mario Giordano e Nicola Porro che le hanno organizzate, hanno condiviso l’impostazione che Lo Speciale, sulla tragica vicenda di Corinaldo, ha dato subito.

La domanda che tutti ignoravano, istituzioni, politici e cantanti compresi, era la seguente: si possono mandare, accompagnare, in discoteca ragazzini di 11-12 anni? Argomento che sottintende il tasso di pedagogia o di ignoranza della famiglia oggi, non solo attaccata da una pericolosissima cultura laicista, edonista; ma anche espressione essa stessa di disvalori (soprattutto la mancanza di padri), che influiscono negativamente sulla crescita e maturità dei figli.
E la risposta alla nostra domanda era ed è: se lo chiedono i figli di 11-12 anni, si dice loro di no (i famosi no che aiutano a crescere). Se sono, come si teme, i genitori a volerci andare, trascinandosi come pacchi postali i figli, la cosa è molto più grave. E ciò esula ovviamente, dal dolore e dal lutto che va rispettato sempre e ovunque.

E finalmente, i commentatori più sensibili e i politici meno spot-man, hanno cominciato ad interrogarsi su problematiche che prescindono dalla mera questione “sicurezza”, “regole” e “spray al peperoncino” (strumento usato sia per salvare, come hanno salvato in molti casi, giovani donne da possibili stupri, sia purtroppo mezzo gradito ai delinquenti, per creare panico e rubare catenine e portafogli a chi partecipa alle feste o agli incontri musicali).
E sulla base di questa nuova e alternativa impostazione, è emersa la responsabilità oggettiva (il dibattito è aperto) della musica trap, e rap, che tanto piace alle nuove generazioni (e non solo).
E su ciò vanno spese parole chiare.

L’accusa che viene rivolta ai musicisti rap o trap, è di esaltare con i loro testi la droga, l’abuso di alcol e i soldi facili. Legittimano, insomma, una trasgressione come se fosse normale stile di vita. E gli ambienti, come le discoteche, quando ospitano cantanti rap o trap, diventano automaticamente luoghi di sballo, stordimento, fuga, evasione, morte (con tanti, troppi giovani che usano questa musica per alterarsi e tanti troppi delinquenti che approfittano dello stordimento collettivo per agire).
E con cantanti che poi, delusi, come Sfera Ebbasta, si tatuano in fronte sei stellette, per ricordare i morti (altra pubblicità macabra), cantanti a loro volta vittime e carnefici di un sistema mangiasoldi (l’artista pare dovesse essere contestualmente nella stessa sera della tragedia, in due posti diversi, col dono evidente dell’ubiquità), e che spinge gli organizzatori e manager a stampare più biglietti della capienza dei locali; artisti che pretendono dagli altri (istituzioni, leggi, politica, sindaci, organizzatori, proprietari delle discoteche) la garanzia di quella legalità che per primi nelle loro canzoni deridono e sbeffeggiano.

Ecco il punto, non si può scherzare con i testi. Le parole delle canzoni non sono solo un mero sfogo solipsistico, individualista dell’artista. Producono effetti in chi ascolta. Hanno un ruolo educativo o diseducativo. Tutti se ne devono rendere conto. Specialmente i giovani che hanno bisogno di idoli ed esempi da seguire.
E se nei testi si esalta la droga, la violenza, i soldi facili, ne discende un modello di vita che tende inesorabilmente a normalizzare queste parole d’ordine.
Chi scrive, appartiene alla generazione che si è “formata” con la musica rock e che magari non conosceva l’inglese e quindi, il significato “pericoloso” di certi testi. Ma c’è un ma: pur non condividendo la totale correlazione tra parole ed effetti (perché allora si dovrebbe mandare in galera pure Guccini per la sua Locomotiva, che ricordava gli attentati degli anarchici ai treni dei padroni e ricchi), una riflessione bisogna farla.

Negli anni Settanta, l’inno all’amore libero, alle droghe, alla liberazione totale, era una trasgressione rispetto ad una società borghese-moralista che, pur con limiti, rappresentava un’agenzia di senso, fissava codici e valori, regole e leggi. E da quando è mondo, i giovani si identificavano sempre con l’eroe negativo, non positivo. Fanno e facevano più notizia le morti dei cantanti dei Doors o dei Rolling Stones, che la noiosa normalità dei Pooh o degli Alunni del sole o dei Camaleonti.
Oggi droga, sesso, alcol e sballo, non sono trasgressioni, ma la normalità, legittimati da una cultura ludica, ultima declinazione del consumismo nichilista, che coinvolge genitori e figli, senza lotta di classe o contestazione generazionale, equiparandoli nella medesima visione sbracata, che sta trasformando antropologicamente la famiglia. Anzi, se uno oggi vuole essere alternativo o rivoluzionario, dovrebbe essere, paradossalmente, portatore di comportamenti opposti alla moda: non drogarsi, non bere, non sballarsi, non praticare sesso libero etc.
E quindi, una certa responsabilità i cantanti trap o rap ce l’hanno.

Possono, tanto per cominciare, indicare altre vie. Ricordando che sono modelli per i giovani. Maradona era un campione non “grazie” alla droga, ma “nonostante” la droga. Quali risultati avrebbe raggiunto se non avesse fatto uso di cocaina? Non è un giudizio sulle fragilità umane, ma un invito a una concezione esistenziale virtuosa. Che porta ad amare la vita, non porta alla dipendenza, al fascino del male oscuro, o alla morte.

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