Di Maio-Di Battista. Le palle di neve contro i dissidenti non serviranno

Politica

L’incontro sulla neve tra Di Maio e Di Battista è servito a rianimare gli animi e rinsaldare i militanti. Un’operazione fintamente vacanziera e ludica, sostanzialmente politica e punitiva.

Si sentiva del resto, in casa pentastellata, un estremo bisogno, di ricomposizione e riconciliazione. Ad un Grillo defilato, un Casaleggio sempre più imprenditorialmente visionario e un elettorato destabilizzato e sconcertato (il flirt con Salvini), occorreva rispondere. E la risposta andava data con un guizzo da parte della classe dirigente più in vista, in difficoltà da mesi, tra idee rivoluzionarie e prassi governativa gattopardesca. Il ritorno di Di Battista, almeno, ha ricondotto la diaspora entro limiti accettabili.

Niente scissione dei duri e puri, solo fibrillazioni fisiologiche, dato il matrimonio contro-natura con i leghisti, e niente correnti “fichiane”. Il viaggiatore guevarista Di Battista sta con Di Maio e non con Fico. Tra loro, pur nello studiato gioco delle parti, c’è sempre stata un’intesa ferrea.

E questa accoppiata sarà estremamente competitiva in vista delle prossime europee.

Ma la festa sulla neve, ha consentito alla nuova coppia dirigente di tirare anche palle di neve non da poco. Della serie, bastone e carota. Facce rassicuranti, governo che andrà lontano, rivoluzione compiuta, reddito di cittadinanza ottenuto, ma guai ai traditori che non accettano la disciplina molto poco liquida del partito liquido.

E’ la storia e l’epilogo previsto per i ribelli: De Falco, De Bonis, Moi e Valli. L’avanguardia di una schiera più nutrita, che potrebbe mettere in discussione i numeri al Senato. Per questo Di Maio e Di Battista hanno ritenuto opportuno dare un segnale: colpirne alcuni per avvertire tutti.

Ma resta la domanda di fondo?

Può andare avanti un partito espressione della libertà partecipata, della orizzontalità della rete sovrana, che diventa un partito dirigista, dispotico e verticale? Può andare avanti un partito che reprime le sue stesse ragioni ideali iniziali, in omaggio alla governabilità avaloriale? Può andare avanti un partito che considera la moralità una condizione della politica e non una precondizione della politica?

Se con la prima Repubblica correvamo il rischio, come abbiamo corso, di trovarci politici ladri ma competenti, ora nella terza Repubblica, ci stiamo trovando, politici non ladri, ma incompetenti. Con lo spauracchio di trovarci politici ladri e incompetenti.

Un castello, quello moralista grillino, destinato ad implodere per definizione. Basta un corrotto per far cadere tutto. E basta un sospetto per ghigliottinare un Robespierre e farne arrivare un secondo, più puro del primo.

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