Gilet gialli e Di Maio. Cara Fedeli, ce la insegna lei la cultura di governo?

Politica

Cultura di governo. Una sensibilità e un dna che manca a tutti. E la nuova classe dirigente, da destra a sinistra, sembra proprio non conoscerla. Inesorabilmente finiti i tempi in cui la distinzione tra statisti e politici era chiara. Alcide de Gasperi amava dire che “il politico pensa alla sua rielezione, mentre lo statista alle nuove generazioni”.

Ma che l’ex ministro dell’Istruzione del governo Gentiloni, Valeria Fedeli, dia lezioni a Luigi Di Maio a proposito del suo tweet a favore dei gilet gialli (“non mollate”), accusandolo di lesa maestà e di scarsa cultura istituzionale, ce ne vuole.
Proprio lei che nel suo ministero, ha assecondato un governo che ha tentato di imporre il gender nelle scuole facendolo passare per normale prassi democratica, con la scusa della non discriminazione, relegando di fatto i credenti ad avversari della legalità e della democrazia, e ad oscurantisti che impediscono i diritti civili. Proprio lei che nei suoi curricula ha omesso notizie importanti e alterato informazioni sui suoi diplomi e lauree. Difendendosi in modo criptico: “Era uno studio triennale post-diploma, quello che poi diventerà la laurea breve”.

Che messaggio pedagogico ha dato, e con lei il suo governo che non ne ha preso le distanze? Che si possono dire cose non vere, che tutto si può gonfiare, che la politica è spesso un’operazione di marketing, tanto alle opposte tifoserie non interessa. Per loro non conta la verità, ma l’appartenenza.
Cosa ha indignato nella trasmissione di oggi di Agorà, la Fedeli? La frase di Di Maio a favore dei gilet gialli. Un’intromissione pericolosa da ministro della Repubblica italiana, verso un altro paese democratico e libero.
Un atteggiamento sbagliato in termini istituzionali ed eversivo in termini ideologici. Macron è “un capo dello Stato legittimamente eletto, mentre i gilet sono eversivi e violenti”. E Di Maio, come ha risposto piccato Macron, piuttosto “deve pensare ai suoi problemi interni”.

A parte, la questione violenza e i limiti del sistema presidenziale gollista francese, che su Lo Speciale abbiamo ampiamente analizzato anche ieri; a parte la democraticità di Macron, icona del laicismo, ormai diventato per i rivoltosi sinonimo di casta anacronistica, la Fedeli dimentica un piccolo particolare.
Che Macron ha guidato la schiera dei paesi che hanno ridicolizzato l’Italia, si è intromesso eccome nelle nostre vicende, dalle frontiere di Ventimiglia, chiudendole, e consentendo ai suoi poliziotti di sconfinare da noi. E’ intervenuto a gamba tesa contro il nostro governo e ha criticato la nostra manovra finanziaria. E pure nella risposta che ha dato a Di Maio, c’è questa irrefrenabile pulsione: “Pensa alle vicende italiane”. Come dire che il governo gialloverde è penoso. Un giudizio magari più furbo e meno offensivo, ma sempre nel merito.
Del resto, l’ultimo di una lunga tradizione francese. Come non ricordare i sorrisini di Sarkozy con la sodale Merkel, nei riguardi di Berlusconi?
Macron non si è intromesso nelle nostre vicende, non è entrato in casa nostra?
Tutti argomenti utili ad evidenziare che la sinistra, il Pd, ormai alla frutta, non ha più argomenti, se non materiale scadente di opposizione e di demagogia da quattro soldi. Un male che non l’abbandona, perché ancora crede di incarnare il bene, la morale, la democrazia, l’etica, la cultura. E’ la sindrome di Voltaire.
La cultura di governo dovrebbe essere, invece, la meta di una nuova classe dirigente. Nessuno escluso.

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