Omicidio Vannini, Bruzzone: “Vi spiego l’impianto accusatorio e il caso del 118”

Interviste

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La Procura generale, nel corso del processo d’appello per l’omicidio di Marco Vannini, ha chiesto la condanna per omicidio volontario dell’intera famiglia Ciontoli, del padre Antonio, della moglie e dei due figli, Federico e Martina. In primo grado soltanto Antonio Ciontoli era stato condannato a 14 anni di carcere, mentre Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina (fidanzata della vittima) si erano visti derubricare il reato ad omicidio colposo con una condanna di tre anni. Marco Vannini, 20 anni, è morto alle 3,10 del 18 maggio 2015 a casa dei Ciontoli, a Ladispoli, a causa di un colpo d’arma da fuoco partito accidentalmente nel bagno e sparato da Antonio che si è autoaccusato. Per molte ore tuttavia, secondo l’accusa, Ciontoli e i suoi familiari  non chiamarono i soccorsi, favorendo il dissanguamento ed il successivo decesso del ragazzo. Lo Speciale ne ha parlato con la criminologa Roberta Bruzzone. 

Nel processo d’Appello la Procura contesta il giudizio di primo grado sostenendo che l’intera famiglia Ciontoli, esclusa la fidanzata di Federico già assolta, deve essere condannata per omicidio volontario. Secondo il Pg avrebbero causato la morte del ragazzo non chiamando celermente i soccorsi pur consapevoli della gravità della situazione. Condivide la tesi accusatoria?

“La Procura generale ha ripreso la tesi e gli aspetti dell’impianto accusatorio già sostenuto nel processo di primo grado. Sono rimasti fermi alle contestazioni fatte allora dal pm titolare dell’inchiesta. Naturalmente il ruolo principale resta in capo al padre, Antonio Ciontoli, ma ritengo che non si possa non considerare il ruolo altrettanto grave svolto dagli altri membri della famiglia. In base all’impianto accusatorio penso non si possa escludere l’accusa di concorso in omicidio volontario come ipotizzato sin dall’inizio”.

Però i giudici di primo grado hanno raccontato un’altra storia, ridimensionando notevolmente la posizione della moglie di Ciontoli e dei due figli condannati per omicidio colposo. Perché considera sbagliate le conclusioni del primo processo?

I giudici di primo grado sono giunti alla conclusione che non sussistesse a carico dei familiari il dolo eventuale indispensabile per poter contestare il concorso in omicidio volontario, non essendo provato fino in fondo che questi fossero consapevoli circa la gravità delle condizioni in cui versava Marco Vannini. Soltanto Antonio Ciontoli di fatto, secondo la sentenza di primo grado, avrebbe avuto perfettamente coscienza di come il ragazzo rischiasse seriamente la vita avendo sparato il colpo d’arma da fuoco. Una serie di valutazioni e di attenuanti hanno poi portato a mitigare anche la pena a suo carico”.

Federico Ciontoli in aula in effetti è tornato a ribadire che lui non si sente affatto un mostro e di aver fatto tutto ciò che poteva per salvare la vita di Vannini. In quel momento, sostiene lui, era impossibile agire diversamente. Come commenta?

E’ ciò che lui, la madre e la sorella sostengono da sempre. Il problema è che, come rilevato dal pm in primo grado e come ribadito dal Pg in appello, ci sarebbero state da parte loro condotte immediatamente successive alla morte di Marco, e reiterate durante le indagini e gli interrogatori, che lascerebbero ipotizzare una maggiore consapevolezza delle reali condizioni in cui versava la vittima. Questo è l’elemento che ha spinto l’accusa ad insistere con l’ipotesi di omicidio volontario per tutti”.

Il Pg ha detto durante la requisitoria che l’intera famiglia Ciontoli avrebbe tenuto “una condotta illecita lontana da una condotta standard”. Che significa?

Penso che ognuno di noi in una situazione del genere non perderebbe un minuto ad allertare i soccorsi di fronte ad un colpo di arma da fuoco che ferisce una persona. La prima cosa che ad ognuno verrebbe spontaneo fare è chiamare il 118, indipendentemente dalle valutazioni sulle cause che hanno portato a sparare quel colpo. Quindi il fatto di non essersi adoperati prontamente con tutti i mezzi a disposizione per garantire a Marco Vannini una repentina attività di soccorso denoterebbe, secondo l’accusa, un comportamento anomalo e contrario ad ogni logica. In quel contesto non si poteva tardare un minuto a chiamare i soccorsi, invece è stato fatto trascorrere un tempo assurdo fra la prima chiamata al 118 e l’arrivo in ospedale. La perizia di primo grado parla chiaro e pur non potendo affermare con certezza assoluta che Vannini si sarebbe potuto salvare, evidenzia però come un pronto intervento gli avrebbe garantito maggiori speranze”.

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