Parla l’economista Galloni: “Futuro dell’euro ad alto rischio. Come salvarci”

Interviste

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Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere un intervento del vicedirettore del Corriere della Sera Aldo Cazzullo molto critico verso l’euro. Il noto giornalista ha sostenuto che a vent’anni dall’entrata in vigore della moneta unica c’è poco da festeggiare perché per l’Italia gli svantaggi sono stati enormi. Lo Speciale ha chiesto un commento in merito all’economista Nino Galloni, docente universitario e titolare di importanti incarichi nella pubblica amministrazione. E’ stato infatti Direttore generale al Ministero del Lavoro dal 1990 al 2002, sindaco dell’Inps, dell’Inpdap, dell’Inail dal 2002 al 2018 in rappresentanza del Ministero del Lavoro e all’Ocse. E’ autore di numerose pubblicazioni inerenti i temi del mercato, della finanza pubblica e della sovranità monetaria con posizioni critiche nei riguardi dell’attuale equilibrio economico dei Paesi dell’eurozona.

Professor Galloni, nei giorni scorsi Aldo Cazzullo ha detto chiaramente che c’è poco da festeggiare per i vent’anni dell’euro visto che per l’Italia le conseguenze di quella scelta sono state negative. Condivide l’analisi?

“Dobbiamo considerare tre elementi. Che cos’è una moneta, come è nato l’euro e cosa fare adesso per migliorare, e non peggiorare, la situazione. Iniziamo quindi spiegando il significato della parola moneta. Questa è un’unità di conto che deve essere differenziata dai mezzi di pagamento. Quando esisteva l’ECU (unità di conto europea) la situazione era ottimale e penso che l’euro potrà continuare a funzionare benissimo come unità di conto se sarà affiancato da mezzi di pagamento nazionali. Un mezzo di pagamento straniero, e quindi a debito, che deve essere comperato rappresenta già una partenza negativa”.

Veniamo all’euro. Come e perché è nato?

“E’ nato purtroppo sotto cattive stelle. Si sapeva benissimo che la Banca centrale europea avrebbe ereditato la disciplina riguardante l’emissione di nuova moneta fino a quel momento di competenza delle banche nazionali centrali. La Bce non compra in euro i titoli di Stato e quindi obbliga i singoli Paesi a gestirli in proprio, indebitandosi in moneta straniera, escludendo a priori la monetizzazione del debito che è una delle strade che ad un certo punto potrebbe determinarsi. Non ci vuole uno scienziato per capire che dall’euro sono arrivati più svantaggi che vantaggi, ma preso atto di ciò cerchiamo di capire le cause”.

Quali sono?

“Gli errori stanno a monte, e posso parlare in nome della mia esperienza svolta in vari settori dove mi sono occupato di spesa pubblica. Tutto nasce con la caduta del muro di Berlino quando Helmut Kohl, all’epoca cancelliere della Germania occidentale, decise di riunificare il Paese. Questo progetto era però osteggiato tanto dalla Francia che dall’Italia. Kohl a quel punto andò dall’allora presidente francese Mitterand e gli offrì, in cambio del sostegno alla riunificazione della Germania, la rinuncia al marco tedesco che costringeva il franco a ripetute svalutazioni non riuscendo a reggere la concorrenza. L’accordo però non avrebbe avuto alcun effetto se l’Italia fosse rimasta ad un livello elevato di competitività. Avrebbe continuato a dare fastidio alla Francia, avvicinandosi ad essa o addirittura superandola, ma anche alla Germania indebolita nelle sue prestazioni dalla riunificazione e dalla necessità di fagocitare la parte orientale. L’accordo si chiuse con la deindustrializzazione dell’Italia, in cambio di una maggiore possibilità di spesa per i consumi. Dovevamo diventare in pratica un Paese più di consumatori che di produttori, la Francia avrebbe cercato di barcamenarsi e la Germania avrebbe ottenuto, oltre alla riunificazione, una ripresa economica già durante la fase stessa della riorganizzazione”.

E quale è stato il risultato?

“In pratica l’euro altro non è che il marco sotto altre vesti. Si è creata un’area valutaria non ottimale. Il punto cruciale è capire perché si è fatta la moneta unica senza aver prima attuato una politica fiscale unica. Con un sistema di imposte omogeneo la moneta unica avrebbe prodotto meno danni, soprattutto perché l’obiettivo sarebbe stato quello di spingere sulla competitività. Ma se un’azienda ha il 5% di tasse sui profitti in Irlanda e il 60% in Italia, dove fa a fare investimenti? In Irlanda naturalmente”.

A questo punto che fare?

“Ci sono tantissime problematiche legate alla sopravvivenza dell’euro che potrebbe essere messa in discussione dagli eventi finanziari di quest’anno, quando la Bce finirà di applicare il Quantitative Easing e potrebbe riavvicinarsi alle politiche più restrittive della Fed. Se Trump non riuscisse a far svalutare il dollaro si aprirebbe una corsa agli spread e gli investitori preferirebbero le obbligazioni pubbliche invece degli investimenti in borsa. Ci sarebbe, a novant’anni dalla grande crisi del 1929, una nuova grande crisi di borsa che potrebbe trascinarsi dietro le banche e l’euro stesso. Questa è la previsione di cui parlo anche nel mio ultimo libro intitolato L’Inganno e la Sfida”.

Come è possibile per noi uscirne vivi?

“Probabilmente dobbiamo imparare a farci furbi. Quando nel 1992 si andarono a negoziare i parametri di Maastricht venne in mente agli attori dell’epoca di accettare il 60% del rapporto debito-pil quando già eravamo al 120%. Avremmo invece dovuto proporre il rapporto debito pubblico più debiti privati diviso il pil che ci avrebbe permesso di stare nella zona virtuosa dell’Unione europea. Prima di discutere degli zero virgola e dei deficit necessari per la ripresa economica dell’Italia, sarebbe utile ridiscutere quel parametro. Nel momento in cui si è già al 131%, con il rapporto al 60% non si può che aumentare il debito pubblico facendo lievitare il deficit. Se non si aumenta il deficit anche oltre il 2% non si può pensare di agganciare la ripresa. Ma abbiamo anche un’altra strada”.

Ossia?

“Facendo leva sull’articolo 81 della Costituzione possiamo emettere moneta sovrana non contemplata dall’articolo 128 del Trattato di Lisbona, che si occupa specificatamente di banconote e monete in euro con cui arrivare al pareggio di bilancio”.

In che modo?

“Se io devo pagare novecento di tasse e voglio spendere mille, la differenza la posso finanziare o con l’emissione di altro debito come si sta facendo adesso, oppure con l’immissione nel sistema di questa moneta sivrana-nazionale che non c’entrerebbe nulla con ciò che viene specificato nel Trattato di Lisbona. La cosa non riguarderebbe infatti la Bce perché si tratterebbe di una moneta statale, di statonote e monete metalliche di pezzatura diversa da quelle oggi in circolazione”.

E’ possibile?

“Certo, e lo dimostra il fatto che la Germania utilizza già questo sistema, così come la Francia e il Belgio. Anche in Italia ci sono state emissioni di monete da dieci o venti euro coniate da alcuni Comuni. Ma occorrerebbe emettere sistematicamente moneta sovrana con cui pagare anche le tasse”..

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