Sardegna. Centro-destra sovranista. Ecco cosa succede a Roma

Politica

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Solinas 47,3%; Zedda 33%; Desogu 11. Vince il centro-destra, ma non quello che sogna ancora Fi, o sognano molti giornali, e in primis, la Rai, legati strumentalmente ai vecchi schemi (bipolarismo classico), ma il polo sovranista-autonomista (Lega e Partito sardo d’azione), più simile alla formula gialloverde (il Psd’A, viene da sinistra, esattamente come i grillini).

Inutili, quindi, le parole e le letture che si reiterano. E inutile il tiro incrociato sui pentastellati, vittime sacrificali del momento: saltando il partito di Di Maio, salta tutto l’impianto. E gli avversari lo sanno bene.

E ora? A livello locale, una battuta: i cittadini sardi si confermano bipolari (come Giano Bifronte); una crocetta identitaria e una crocetta governativa, favorite dal voto disgiunto (in molti hanno scelto il vento populista e, contestualmente, il buon governo amministrativo dem di Zedda).
A livello nazionale, in vista delle europee, invece, adesso cominceranno i giochi. Quelli veri. Il premier Conte ha detto che il governo non subirà effetti negativi, non ci sarà nessuno scossone (una smentita è una notizia data due volte): “Un conto sono le elezioni locali, un conto quelle regionali”. Negando, comunque, un effetto visivo e psicologico indubbio.

Ormai, i rapporti di forza dentro la maggioranza gialloverde sono tutti a favore di Salvini.
Al punto che la ribelle pentastellata Nugnes ha chiesto di ridiscutere la leadership moderata e traditrice delle battaglie grilline doc (No Tav, No Vax, Inceneritori, moralizzazione vera senza prescrizione etc), cioè la scelta e la persona di Di Maio (mai messa sotto accusa fino ad oggi). Il quale, al contrario, dimostrando una pacata soddisfazione, ha gioito davanti alle telecamere, per il fatto che in Sardegna il suo Movimento si è attestato intorno a quota 11% (“prima non c’era proprio”). E ha annunciato una sorpresa per questa settimana: la trasformazione in partito strutturato e l’apertura alle liste civiche, tanto da conciliare capra e cavoli; capra ideologica storica e cavoli governativi.

Dicevamo, rapporti di forza a favore di Salvini, il quale se non chiederà un rimpasto dell’esecutivo (i numeri non sono più quelli del 4 marzo scorso), sicuramente premerà per la velocizzazione delle sue battaglie identitarie: a partire dalla legittima difesa, fino alle autonomie. Se al momento, pago del no alla sua autorizzazione a procedere (caso Diciotti), aveva frenato, adesso il voto sardo lo autorizzerà a rilanciare.
E, di conseguenza, definitivo cambio degli equilibri rispetto ad un centro-destra berlusconiano che non c’è più.

Sia se Salvini resta a Palazzo Chigi, sia se torna a capeggiare lo schieramento, farà l’asso piglia tutto. Anche in Sardegna il suo partito, da zero è passato al 12%. Poco per fare da solo, molto per contare nei passaggi istituzionali.

Fi è al lumicino: l’8% non depone bene a favore degli azzurri, malgrado il ritorno in campo di Berlusconi e tra l’altro simbolicamente nella sua terra (l’isola dove ha la nota residenza blasonata). Fdi sta consolidando la sua posizione intermedia tra il vecchio centro destra e il nuovo asse sovranista con la Lega. In Abruzzo e in Sardegna si è attestato intorno al 4%.

Diverso è il discorso del Pd (il 13%, il primo partito in regione). Ha abbandonato per sempre i numeri maggioritari renziani, ma sta risalendo lentamente, grazie alle liste civiche e alle leadership dei sindaci. Un messaggio chiaro per le primarie nazionali e per i progetti di Zingaretti, Martina e company.

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