Macron da Fazio, parla Ilaria Bifarini: “Erano molte le domande da fare. Ecco le mie”

Interviste

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L’intervista al presidente francese Emmanuel Macron a Che tempo che fa, registrata direttamente a Parigi ha scatenato subito polemiche. Mentre Il Giornale sottolinea che in termini di share il conduttore è stato battuto da Paperissima, alcune domande per molti restano in sospeso, è questa l’accusa che ritorna. Per Lo Speciale l’economista ed esperta di neocolonialismo Ilaria Bifarini ne pone alcune.

Macron da Fazio. Molte domande sono rimaste inevase, compresa la critica al neocolonialismo francese con la polemica sulla moneta francese. 

Nessuno stupore, cosa aspettarsi da Fazio il rappresentante più “spudorato” del mainstream che io definisco “italianofobo”? Parliamo di un conduttore che ospita fisso Cottarelli per parlare di temi economici senza un vero e proprio contraddittorio e a un pubblico generalista, o il “guru mondialista” Saviano che da New York disserta sul razzismo italiano. In realtà ho visto il giorno dopo una replica, poiché mi rifiuto di contribuire allo share di certi programmi, che a mio parere rappresentano l’esempio di quella che definisco manipolazione di massa attraverso i media. D’altronde, l’ingegneria sociale e la propaganda della tv, seppure sempre più affinate, sono strumenti ormai datati e sarebbe ora che la gente si emancipasse.

Cosa avrebbe chiesto lei se fosse stata la giornalista?

Molte le domande da fare. Ad esempio: quale futuro può avere un’Europa di figli e figliastri, dove la Francia sfora puntualmente il parametro del 3% del deficit pubblico e la Germania quello del 6% del surplus commerciale, mentre l’Italia viene bacchettata e ingabbiata nei vincoli di Bruxelles? Avrei poi sicuramente chiesto al presidente Macron cosa pensa delle continue rivolte nei territori africani francofoni, in particolare nei 14 Paesi costretti ad adottare una moneta definita dagli stessi economisti africani neocoloniale e la lunga serie di assassini e defenestrazioni verso tutti i capi di Stato africani che hanno provato a creare una moneta propria. Non si può essere così ipocriti da ergersi, insieme alla Germania, a guida dell’Europa della civiltà e della solidarietà, quando si attuano politiche neocoloniali in Africa, che tengono nella morsa della miseria e del sottosviluppo un continente ricchissimo di risorse. Occorre mettere fine alla Francafrique, ossia quel progetto di depauperazione dell’Africa e di prosecuzione del patto coloniale da parte della Francia che ha impedito l’acquisizione di una reale indipendenza e l’avvio di un percorso di sviluppo autonomo da parte di questi Paesi.

Non solo la Francia però va accusata di neocolonialismo. Chi altro dovrebbe ripensare le proprie politiche nel continente africano?

Il grande rivale della Francia in Africa è oggi rappresentato dalla Cina. A differenza di altri Paesi che continuano a esercitare il proprio potere egemonico in Africa, Pechino non ha un passato coloniale, per cui da parte della popolazione locale c’è una certa fiducia ve apertura verso i nuovi conquistatori cinesi. La Cina si mostra ai cittadini africani solo nella veste di investitore economico, creatrice di quelle opere tanto necessarie allo sviluppo che le potenze occidentali non hanno mai costruito nel corso di secoli di dominio coloniale e neocoloniale. In realtà il Dragone cinese sta sviluppando una politica espansionistica che mira al controllo di tutti i settori chiave, dal commercio alle infrastrutture fino al settore emergente della nuova comunicazione. Sta costruendo inoltre delle città fantasma in alcune città africane. Nelle sue politiche di sfruttamento del ricco patrimonio naturale africano non ha alcun riguardo per l’ambiente né per i diritti umani: si stima che oltre 40 mila minorenni africani lavorino per 2 dollari la giorno per datori di lavoro cinesi. Finché l’Africa non sarà davvero libera, gli aiuti allo sviluppo non saranno altro che fondi sui quali speculare, che di certo non porteranno allo sviluppo di un’economia locale autonoma, unico driver per la crescita.

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