Battisti pentito, furbo? E chi l’avrebbe ucciso se avesse parlato?

Politica

Per la prima volta Cesare Battisti ha ammesso i quattro delitti per cui è stato condannato. La confessione è arrivata davanti al pm di Milano Alberto Nobili. Come rivoluzionario dei Proletari armati per il comunismo, ha partecipato, collaborato, per sua stessa ammissione, agli omicidi Santoro, Campagna, Torregiani e Sabbadin.

Un misto di delirio ideologico nella forma della criminalità comune e della tattica militare. E’ questo il dna di Battisti. Rapinatore prima e radicalizzato poi, in carcere (dove ha conosciuto i suoi mentori, come Arrigo Cavallina, fondatore dei Pac).
Le parole che ha usato ora sono pentimento, ha chiesto scusa ai famigliari delle vittime, ha detto che si è trattato di una guerra.
Perdono che Maurizio Compagna, fratello di Andrea, Alberto Torregiani, figlio gambizzato di Pier Luigi e Adriano Sabbadin, hanno respinto al mittente.

Finora le categorie alle quali eravamo abituati, relativamente agli anni di piombo, alla lotta armata degli anni Settanta e non solo, erano del tipo, “irriducibili”, “pentiti”, “dissociati”.
Si può fare una guerra (tra Stato e Nar, tra Stato e Br), perderla, come è successo a un’intera generazione accecata dal sogno dell’abbattimento del sistema e dallo scontro con l’avversario-nemico, ma il pentimento deve essere reale, autentico, non tardivo, ad orologeria, e solo quando da latitanti indomiti si viene catturati.

Se Battisti fosse rimasto in Brasile, o in Bolivia, avrebbe fatto lo stesso percorso di redenzione?
Il sospetto che stia prevalendo una strategia per ottenere uno sconto di pena (o permessi premio tra 10 anni) è legittimo. E non convince la dichiarazione di Battisti, secondo cui “se avesse parlato prima l’avrebbero fatto fuori”.
Chi? I suoi complici, i suoi mandanti? Chi lo stava proteggendo e aiutando all’estero, nel suo pellegrinaggio un po’ aureo (in Francia), da affermato scrittore di noir, grazie a una rete mediatico-culturale internazionale che trasforma per definizione i rivoluzionari in personaggi epici e romantici, paladini della lotta contro il male e per il riscatto dei poveri e degli oppressi?

Ricordiamo che in Francia, sia 30 anni fa, sia oggi, vivono parecchi ex-terroristi rossi (che si sono rifatti una vita), graziati dalla “dottrina Mitterrand”, che come noto, garantiva come ha garantito, l’impunità, in base a un ragionamento ideologico: si resta in Francia (non si concede l’estradizione), culla mondiale della civiltà democratica e del garantismo, se non ci sono gli stessi reati commessi, previsti dal codice, e se il trattamento riservato ai terroristi-rivoluzionari, non offre sufficienti tutele umane.

Giustamente Pierluigi Battista, sulle colonne del Corriere della sera si è chiesto dove siano finiti tutti i firmatari degli appelli contro la persecuzione nei confronti del povero Battisti, figli di quegli appelli “Né con le Br, né con lo Stato”, sostenitori culturali di una pericolosa equidistanza tra bene e male, morte e diritto, che negli anni bui della Repubblica, ha funestato di morti le strade italiane.
Ovviamente amici, compagni e sodali, non rispondono. Sono spariti. E’ sempre la solita storia: destinati a perdere quando la realtà, la verità, battono, sconfiggono l’ideologia.

E la verità è semplice, ora come allora: non c’era uno Stato autoritario da distruggere, non c’era il golpe di Pinochet in Italia, non c’era il pericolo fascista e il Pci non aveva tradito i lavoratori: tutti pretesti per armarsi e uccidere.
L’intervista, sempre sul Corriere, dell’editore di Battisti (Joelle Losfeld), la dice lunga sulle riserve, le giustificazioni e l’opacità che continua ad esserci, in certi ambienti intellettuali: “Ho creduto ad un amico, in Italia c’era una guerra, non faccio analisi politiche, io credo a quello che mi dicono gli amici. Non sono per la lotta armata, ma tra Italia e Francia c’era un accordo, io ho rispettato l’accordo e ho conosciuto Cesare come scrittore”.
Certamente non una fedeltà militante, ma un perimetro solidale molto particolare.

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