Silvio c’è. Assemblea Fi, prova di forza, ma occasione mancata

Politica

Meno male che Silvio c’è ancora. E si è visto sabato in occasione dei 25 anni dalla prima vittoria del centro-destra (27 marzo 1994).

Al Palazzo dei Congressi, “l’Intramontabile” ha vissuto una seconda, o forse terza, o forse quarta vita. Un bagno di folla, una massa plaudente organizzata da Antonio Tajani, da qualche tempo nell’occhio del ciclone. Accusato di verticismo, di mala-gestione del partito e di essere un “delfino liquidatore” del partito. Del resto, i delfini azzurri, di nomina regia (Arcore), subiscono tutti una fine ingloriosa (la sindrome di Crono, il padre che divora i figli). A meno che i figli non pensino di “uccidere il padre”.

Ne sa qualcosa Giovanni Toti, che da tempo, propone una soluzione che fu proprio di Berlusconi, il partito unico del centro-destra, solo fuori tempo massimo. Per il governatore della Liguria, assente alla Assemblea nazionale dell’Eur, e molto attaccato dai big, l’idea è accettare la centralità sovranista di Salvini, in questo momento al massimo del consenso elettorale. Accettarla per non morire. Un ragionamento che parte dal fatto che il Carroccio sta cannibalizzando una Fi ridotta al 10%.

Un’idea impensabile per tutta l’attuale nomenklatura azzurra, tornata a chiamarsi da anni Forza Italia e non più Pdl. Sabato si è assistito, infatti, alla gioiosa reiterazione del “modello 1994”: una Fi centrista dello schieramento, un partito moderato cattolico-liberale, con una Lega e una destra (oggi Fdi) periferiche. Ma si tratta di un quadro vecchio.

Fi è cambiata, ora è sempre più un partito liberal, laicista; la Lega non è più soltanto padana (secondo i recenti sondaggi ha il 30% dei consensi), e Fdi ipotizzano un nuovo partito conservatore-sovranista, molto più sodale con Salvini che col Cavaliere.

L’Assemblea quindi, è stata una prova di forza, ma anche un’occasione mancata.
Tutti se la sono presa con Toti, il capro espiatorio del momento. Il Cavaliere è stato lapidario: “Continuano a darmi del vecchio, sono cose infondate, qualcuno che si è assunto responsabilità di governo regionale, insiste in questa direzione. Abbiamo avuto pazienza fino ad adesso, ma ora è finita”.
E le varie Bernini, Carfagna, Gelmini si sono distinte per una nuova enfasi contro lo sconfittismo (“noi siamo indispensabili, imprescindibili, chi non lo capisce è stupido”).

Il teorema è che c’è un immenso spazio tra Salvini e Zingaretti, dando per scontato che in mezzo 5Stelle, Renzi e moderati vari, vadano al macero.

Ma Fi sarà in grado di occuparlo? E se sì, con quali idee? Il rischio di riesumare lo schema del centro-destra, contrasta con le nuove categorie della politica che da Trump all’Europa sono “alto-basso”, popoli contro caste e“antropologia contro ideologia” (si è visto a Verona l’importanza dei valori).
Ripetere il garantismo, il liberismo, l’europeismo come mantra, anche a costo di educare i sovranisti visti come ragazzini ingenui e dilettanti, è un errore.
E in vista del voto di maggio può essere pagato a caro prezzo.

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