Siri e Ppe. Sono le due battaglie che Salvini non deve perdere

Politica

C’è un momento in cui la narrazione deve farsi realtà. Se è vero che la percezione, la propaganda, il colpo mediatico producono nell’immediato risultati positivi, si pensi al consenso esponenziale che Salvini ha rispetto agli altri partiti e rispetto allo stesso Di Maio. Alla lunga, toccato l’apice, si torna indietro, il castello crolla.

Il ministro degli Interni, si è distinto per cose eccezionali, intercettando quelle paure e quelle aspirazioni degli italiani che nessun partito è mai riuscito a rappresentare degnamente. Da un’idea precisa di sicurezza, di immigrazione, ad un’idea precisa di Europa. Il primato degli italiani, ad esempio, è stato un suo punto distintivo programmatico, che gli ha consentito di riempire uno spazio che la destra politica, fortemente ridimensionata, dopo l’uscita di scena di An, non era mai riuscita a occupare con leggi degne di nota (si pensi alla legittima difesa).

La chiusura dei porti poi, è stato un gesto non solo politico, ma altamente simbolico, di grande valore.
Ma ci sono due ma. Il caso Siri, rischia di essere un punto di non ritorno, un avvitamento pericoloso non solo per il governo. Se Salvini insiste lo fa cadere; se cede scricchiola, si corrode inesorabilmente la sua leadership, al momento inossidabile. Rendendo evidente lo scollamento tra quello che dice e i fatti oggettivi che accadono.

Senza contare che il premier con la scelta di dimettere il sottosegretario leghista, si è chiaramente schierato con Di Maio, pur usando un lessico governativo e garantista inattaccabile.
Mercoledì vedremo che comunicazione e che comportamenti politici assumerà Salvini.

E l’altra pericolosa buccia di banana è il muro vero in Europa. Al di là del preannunciato trionfo dei sovranisti, il rischio è che resti solo un voto di protesta infruttuoso. L’esatto opposto del modello che Salvini e Trump stanno affermando e vogliono affermare, e cioè che il populismo-sovranista può vincere e diventare modello esportabile.

Il Ppe che finora ha governato con logiche da Grosse Koalition, ossia col Pse, non sembra affatto d’accordo nel poter collaborare con i sovranisti, tra l’altro divisi in tre gruppi, spostando l’asse politico di Bruxelles verso il centro-destra.
La Merkel è stata chiara: “Nessuna collaborazione con i sovranisti dopo il voto”.
Anzi, sarà Orban forse a lasciare il Ppe.
Due colpi che potrebbero azzoppare Salvini.

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