Pamela Mastropietro, parla Meluzzi: “Temo pregiudizi in favore di Oseghale”

Interviste

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Innocent Oseghale non uccise a coltellate Pamela Mastropietro che venne stroncata da un’overdose di eroina. E la 18enne non fu stuprata. Così la difesa del pusher nigeriano imputato davanti alla Corte d’assise di Macerata per omicidio volontario, violenza sessuale, vilipendio e distruzione del cadavere, ha provato a smontare il castello accusatorio della Procura che ha chiesto per lui l’ergastolo. Non solo, i legali di Oseghale hanno anche denunciato l’eccessivo clamore mediatico intorno a questo processo e hanno concluso dicendo: “Le sentenze non si emettono per compiacere il popolo, né per compiacere i mass media”. La sentenza arriverà il 29 maggio. Cosa c’è da attendersi? Abbiamo provato a capirlo con lo psichiatra e criminologo forense Alessandro Meluzzi. 

I legali di Oseghale hanno fatto appello ai giudici affinché non si facciano influenzare nella decisione finale dalla pressione mediatica montata intorno all’omicidio di Pamela. Ma c’è chi teme invece che la pressione possa essere di segno opposto e spingere i giudici a non usare la mano pesante nel punire il presunto assassino, per non dare l’idea di aver assecondato sentimenti razzisti. Che ne pensa?

“Sono molto preoccupato, temo anche io che alla fine il giudizio finale possa essere influenzato dalla paura di pronunciare una sentenza facilmente tacciabile di pregiudizio razzista. Del resto mi ha meravigliato sin dall’inizio l’eccessiva cautela intorno alle indagini. Ho avuto come l’impressione che nei confronti di Oseghale vi sia stato un eccesso di garantismo motivato proprio da un pregiudizio di segno opposto; ossia l’esigenza di tutelare la comunità africana dalla rabbia della gente e da eventuali sentimenti xenofobi. Insomma, fino a quando non sono emersi concreti indizi di colpevolezza, sembrava quasi che Oseghale fosse la vittima, non il presunto carnefice della povera Pamela. Ma questa ovviamente è una mia sensazione. Il rischio di una condanna tutto sommato mite rispetto all’efferatezza del delitto, lo ritengo probabile anche se mi auguro con tutto il cuore che si proceda secondo verità e giustizia e senza seguire il vento buonista e politicamente corretto che da tempo soffia in Italia. Anche perché se ciò avvenisse sarebbe un precedente pericoloso”.

La difesa ovviamente svolge il suo lavoro, quindi nulla da obiettare sulla professionalità dei legali e sulla strategia messa in campo, perfettamente legittima. Però paventare il timore di una sentenza “politica” influenzata dal clima mediatico “giustizialista” nei confronti di Oseghale, non potrebbe risuonare un po’ come un tentativo, sempre legittimo, di esercitare una pressione di segno contrario?

Ma quale pressione mediatica? Qui hanno trovato una ragazza squartata e fatta a pezzi, l’accusa ha portato prove concrete e segni anatomopatologici a mio giudizio incontrovertibili che confermerebbero la morte in seguito alle coltellate ricevute e la violenza carnale. Ma che altro serve? In Italia sono state condannate delle persone in base a prove molto meno consistenti di queste, si sono beccate l’ergastolo anche soltanto per uno schizzo incompleto di Dna. Qui abbiamo un signore che trasporta un cadavere sezionato dentro delle valigie e sembra quasi che sia passato lì per caso. Ma di cosa stiamo parlando?

La difesa sostiene che non c’è stato omicidio e che Pamela è morta di overdose. Contestano le prove dell’accusa iniziando proprio dalle coltellate e dalla violenza sessuale.

“La difesa fa il suo dovere  e non intendo entrare nel merito delle considerazioni fatte. Ma mi pare che ci sia poco da discutere”.

La Procura ha chiesto l’ergastolo. Ha fatto bene e perché?

“E’ la pena massima consentita per un delitto che ritengo fra i più atroci che si siano mai visti in Italia. Oltre non si può andare, poi c’è soltanto il giudizio divino”.

La difesa insiste su due punti: Pamela sarebbe morta per overdose dopo che Oseghale le ha ceduto la dose in seguito ad un rapporto sessuale consenziente. Il nigeriano quindi sarebbe responsabile soltanto della cessione di droga e dovrebbe rispondere di “morte in conseguenza di altro delitto” e non di omicidio, oltre che di vilipendio, occultamento e distruzione di cadavere. E se dovesse passare questa linea?

Significherebbe smentire tutte le indagini fatte dalla Procura, ad iniziare dai risultati dell’autopsia e delle analisi medico legali di ogni tipo, che sembrano convergere tutte in un’unica direzione, quella dell’omicidio per accoltellamento e della violenza sessuale. Poi ripeto, la difesa fa il suo lavoro che è quello di tentare di smontare le prove, ma non mi pare proprio che le risultanze dell’attività investigativa possano lasciare molti spazi a dubbi ed interpretazioni. Quindi anche io come i legali di Oseghale mi sento di rivolgere un appello ai giudici, ma perché decidano secondo verità e giustizia e senza pregiudizi ideologici buonisti. E qui mi pare che verità e giustizia siano sotto gli occhi di tutti, tranne quelli di chi non vuole vedere la realtà”. 

 

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