Lista Conte. Stesso gioco di Calenda, Gentiloni, Berlusconi. Cosa c’è dietro

Politica

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E’ un vecchio vizio dei premier o dei politici di spicco che non hanno legittimazione popolare. Cioè, di mettersi in proprio, di agire in prima persona, quando le luci della ribalta li mettono per molti mesi al centro dell’attenzione.

Una sindrome che colpisce specialmente quelli che vengono dalla società civile, o quelli che sono nominati dall’alto (ad esempio, dal Quirinale). Cosa fanno? Confondono popolarità col consenso, al punto di fondare un loro partito personale. Con esiti spesso mediocri.

Questo aveva accarezzato a suo tempo, Dini, il primo tecnico voluto da Scalfaro, commissariando la politica (il ribaltone che disarcionò il primo governo Berlusconi). Questo aveva sognato Segni, l’uomo del referendum e della seconda Repubblica maggioritaria (la democrazia dell’alternanza), tentando operazioni surreali (Alleanza democratica a sinistra, poi l’Elefantino con Fini a destra).

Questo, invece, è riuscito a Monti, anche lui un tecnico, risorsa della Repubblica, cooptato da Napolitano, prima nelle vesti di senatore a vita, poi di capo salvifico del Paese (il dramma dello spread causato da Berlusconi), infine capo di un partito omnibus personale (Scelta Civica), capace di entrare in Parlamento. Un’esperienza, come noto, finita male, dissoltasi in mille rivoli.

Qualcuno ipotizza una medesima traiettoria per quanto riguarda Draghi. Pure lui col compito di salvare l’Italia dall’eventuale tracollo dei sovranisti-populisti gialloverdi, dopo settembre (la manovra bis, gli effetti della procedura di infrazione). Prima senatore a vita, poi premier.
Ma precisi rumors attribuiscono all’attuale presidente del Consiglio Conte, la medesima ambizione.

Che ci sia tale prospettiva dietro l’ultimatum, sempre più forte, ai due Dioscuri, Salvini e Di Maio? Dietro l’improvviso cambio di stile: da notaio, da arbitro a capitano che minaccia continuamente di lasciare? Dietro la sospetta difesa ad oltranza della Ue e delle sue regole (l’asse con Tria e Moavero)?
Non, quindi, l’esigenza di tenere in ordine i conti pubblici; non il rispetto che si deve alla Ue, non la necessità di non usurare il governo, bacchettando le scaramucce tra Lega e 5Stelle, ma un’altra storia: formare un partito personale (lista Conte), che secondo i sondaggisti, avrebbe l’8%, andando ad occupare uno spazio attualmente vuoto, tra i gialloverdi e il Pd. Si tratta dell’area moderata, centrista, che oggi non si riconosce in nessun partito.

E non a caso alcuni leader si stanno muovendo in tale direzione.
Calenda e Gentiloni, col loro progetto lib-dem, da parecchio ci lavorano. Sarebbe la sponda ulivista per consentire al Pd di tornare a Palazzo Chigi, qualora l’alleanza coi i grillini restasse una pia illusione. Berlusconi ci sta pensando, ma il tramonto del suo partito al momento non offre garanzie sufficienti di copertura.
L’arrivo di Conte potrebbe dare efficacia all’idea.

Ma il disegno presuppone molti salti all’indietro e in avanti. Forse troppi. Il premier dovrebbe spiegare come mai ha lasciato un progetto populista (termine da lui rivendicato quando è partito con la sua squadra), il ruolo di avvocato del popolo, per trasformarsi in avvocato dei moderati. Se son rose centriste, fioriranno.

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