Ong e sbarchi. Le mosse di Salvini per non diventare Higuain fuori forma

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Cosa c’è di vero nello scontro tra Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta? Di certo, la provenienza, la strategia, la comunicazione, le idee.

Come è noto, Lega e 5Stelle hanno posizioni diverse. Su tutto (e il contratto non è detto che regga a lungo). Magari, col senno di poi, per dna, sarebbe stato meglio un diverso ministro della Difesa, ma le geografie poltronesche spesso e volentieri sono illogiche.
L’ultimo scontro sulle Ong è emblematico non solo di un problema, ma di una narrazione che nel gioco delle parti è stata svelata.

Vediamone i punti, ripartendo dalla cronaca.
Su Facebook il ministro degli Interni, a proposito dei recenti sbarchi (da Carola in poi, fino al veliero Alex di Mediterranea e Alan Kurdi), si era lamentato col mondo e col ministro della Difesa di esser stato lasciato solo: “Io posso indicare un porto sicuro e bloccare uno sbarco non autorizzato, ma le Forze Armate in mare non dipendono da me”.

Parando il colpo rispetto alle accuse crescenti di abbaiare e non mordere, rischiando la delusione presso quegli italiani che al momento, in modo maggioritario, gli stanno dando fiducia.
Frasi subito rintuzzate dal sottosegretario pentastellato Manlio Di Stefano: “La Difesa non c’entra, è la Guardia di Finanza che svolge attività di polizia del mare. Dunque, Salvini doveva chiedere aiuto al ministero dell’Economia”. E da qui la famosa metafora calcistica su “Maradona e Higuain fuori forma”.

Insomma (una bacchettata non da poco), Salvini non solo è fuori forma come Higuain e crede di poter giocare come Maradona, ma non è nemmeno preparato.
Sulla stessa lunghezza d’onda, il ministro Trenta che, dal canto suo, ha ricostruito diversamente le fasi concitate che hanno preceduto i suddetti sbarchi: “Senza la missione Sophia torneranno le Ong. Salvini non ha voluto ascoltare e ora si lamenta”.

Questo a livello generale; nello specifico ha colpito più duramente: “E’ sorprendente che adesso torni ad attaccare i militari, dopo che siamo stati noi a chiedere al Viminale se volevano supporto per il trasbordo dei migranti a Malta, visto che nessuno veniva a prenderli. E poi noi abbiamo Mare Sicuro che continua la sua azione di assistenza alla guardia costiera libica”.

Cos’è la missione Sophia? Lo ricordiamo per i lettori: è una operazione militare lanciata dalla Ue dopo i naufragi di diverse navi che trasportavano migranti dalla Libia nel 2015. Lo scopo della missione era individuare e distruggere le navi degli scafisti, ma a marzo è stata prorogata senza prevedere l’uso di imbarcazioni.
Una domanda, tra le righe, sorge spontanea: come si fa a combattere gli scafisti in mare senza imbarcazioni?

Salvini cosa ha mediato? Niente affatto: ha confermato il no al ripristino della missione Sophia: “Diventa il taxi dei migranti. Li soccorre e li porta da noi”. Come dire, discorso chiuso.
Quindi ormai siamo al muro contro muro. E non è solo una questione di competenze. Riguarda pure la concezione dell’integrazione e della sicurezza internazionale nel loro insieme.

Abbiamo capito che la missione Sophia non sarà ripristinata. Che la Guardia di Finanza non risponde a Salvini e la Marina si trova in una fase di stallo. Se a questo aggiungiamo una parte di opinione pubblica e della magistratura che militano nel partito dell’accoglienza a tutti i costi, il dato è tratto.

Infatti, il ministro degli Interni sta tentando di spacchettare il tema: sganciando l’iter sanzionatorio dal processo penale. Come? In caso di violazione delle nuove norme introdotte dal Decreto Sicurezza-bis, intende far scattare il fermo amministrativo del mezzo. Una mossa che costringerebbe le Ong a pagare una multa salata per riavere le imbarcazioni sequestrate.
In sintesi, se la legge non è sufficiente a fare costume, i soldi educano.

l Decreto sicurezza-bis sarà quindi, per Salvini il cavallo di Troia per arginare un’immigrazione che si annuncia sempre più ideologica (la sfida delle Ong), e per evitare che certe sentenze siano il disco verde per l’impunità mascherata da solidarietà.

Fabio Torriero

Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc.) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione.

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