Crisi isterica di governo. Gli errori di Salvini e di Zingaretti. E come se ne esce

Politica

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Nello psicodramma di ieri abbiamo assistito ad una farsa e ad un dramma.

Una farsa, perché oltre alle dichiarazioni in diretta tv, i giochi verranno fatti nelle segrete stanze del Palazzo. Un dramma, perché una crisi anticipata di governo, un passaggio di consegne, al di là dell’enfasi della comunicazione, delle tattiche partitiche e dei calcoli elettorali, rappresenta in qualsiasi caso, un vulnus democratico e non una vittoria. Ma tutto, va detto, si è svolto rigidamente dentro le regole di una democrazia ormai più da (avan)spettacolo che reale.

Prendiamo le uniche cose certe (la palla adesso è nelle mani del presidente della Repubblica Sergio Mattarella) e dobbiamo dirlo: Salvini ha sbagliato tutto.
L’unica giustificazione che si può addurre ad una scelta sbagliata, consumata tra l’altro, fuori tempo utile, e spiegata in modo confuso e approssimativo, è in quelle mezze ammissioni che il ministro degli Interni ha pronunciato all’orecchio di Conte: “Dovevo farlo, ho velocizzato la crisi per ragioni interne”.

E qui, i sospetti dei più informati, hanno preso corpo: il caso-Savoini, la rivolta dei governatori del Nord, indispettiti per l’esito della riforma sull’autonomia totalmente modificata dai grillini; il no sicuro dei parlamentari leghisti al taglio proposto dai 5 stelle e il ruolo sempre più ambiguo, collaborazionista di Giorgetti, col “partito del Colle” (Conte, Moavero, Tria), garante storico dei poteri forti del Nord, del partito della Tav e delle pmi (i serbatoi elettorali ed economici tradizionali della Lega).

Altrimenti bisognerebbe pensare che il caldo, il sole, il Papete, il delirio di onnipotenza abbiano ammalato Salvini. Un leader che si è bruciato da solo: restando al governo stava incassando a 360 gradi: politiche sulla sicurezza, decreto bis, politiche sull’immigrazione, porti chiusi, sondaggi favorevoli, elezioni plebiscitarie (si veda le europee). Stava vampirizzando la Lega, riducendo l’opposizione a forza marginale. Invece, con la crisi agostana ha ridato fiato ai morti viventi: al Pd, a Renzi, a D’Alema, a Prodi e ha trasformato in corretti e leali sul piano costituzionale, i pentastellati che stavano da mesi all’angolo, accusati di essere incompetenti e velleitari.

E ora? Salvini dopo aver strappato, da giorni ha dato addirittura segni di ripensamento. Di male in peggio. Il motivo è semplice: non aveva previsto la mossa di Renzi, i cedimenti di Di Maio, la resistenza di Conte. E forse qualcuno gli ha ricordato in ritardo la Costituzione: l’esercizio provvisorio, l’aumento dell’Iva, i tempi per formare un nuovo gabinetto e i tempi del taglio dei parlamentari, secondo le modalità costituzionali previste dall’articolo 138.

Il discorso di replica a Conte ieri è stato un comizio, più da perdente che da vincente. Forte, utile a ricompattare elettori e i suoi parlamentari, ma scarso come livello, spessore e disegno politico.
Monetizzerà il tornare all’opposizione, strumentalizzando lo scontro tra il nuovo (lui) e il vecchio attaccato alle poltrone? Ossia, l’inciucio 5Stelle, Pd, pezzi di Fi e Leu? Difficile dirlo.
Ma non si faccia eccessive illusioni: il consenso da noi è liquido (Renzi docet) e gli italiani, di fronte alle urgenze e priorità del portafoglio, dimenticano in fretta.

Basterà il colpo di coda teatrale a recuperare una leadership da giorni nervosa e traballante? Basterà, infatti, l’accenno ad un Conte-bis per sfoltire i parlamentari, gestire la Manovra, altre poche riforme e tornare al voto, un governo ancora gialloverde?
Non crediamo; anche perché potrebbe venirgli meno la sponda di Zingaretti.

E qui passiamo alla sinistra. Inizialmente il governatore del Lazio si era detto disponibile ad andare subito al voto, tanto che lo ha pure dichiarato in un colloquio riservato proprio con Salvini.
Zingaretti ci avrebbe sicuramente guadagnato: un nuovo bipolarismo “Lega-Pd” e la possibilità di mandare a casa i parlamentari renziani e sostituirli con i suoi uomini.

Ciò che non si aspettava, come Salvini, era il ritorno a gamba tesa di Renzi, che ha proposto il governo di emergenza nazionale o istituzionale, minacciando una scissione che sarebbe stata dolorosa: 20 senatori e 30 deputati dem, secondo precisi conteggi degli addetti ai lavori.
Allora, messo alle strette Zingaretti ha dovuto mediare: al voto, ma se si aprirà una possibilità non a un governicchio, ma a un esecutivo di legislatura, previa ammissione di colpe da parte di Di Maio, forse sì. Salvando capra e cavoli. Capra dem e cavoli parlamentari.

Il resto, come noto, è cronaca. Vedremo nelle prossime ore (considerando la prassi costituzionale a cui Mattarella dovrà attenersi) se si andrà al voto, oppure avremo un Di Maio-Renzi senza Renzi, con un pezzo di Fi, oppure un Conte-2 con Lega e 5Stelle “a tempo”.
Se son rose (s)fioriranno.

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