Rousseau, parla Geloni: “Ecco chi ha vinto e chi ha perso davvero”

Interviste

Via libera all’accordo di governo fra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico dalla Piattaforma Rousseau: il 79,3% degli iscritti ha detto sì, mentre il 20,7% si è detto contrario. I votanti sono stati 79.634 su un totale di 117.194. Nessun ostacolo dunque sembra più frapporsi al cammino del premier incaricato Giuseppe Conte che nelle prossime ore dovrebbe salire al Quirinale sciogliendo la riserva e presentando al Capo dello Stato la lista dei ministri. A questo punto molti si chiedono chi ha davvero vinto nel M5S fra Grillo e Di Maio e quanto si farà sentire il peso di Matteo Renzi sul nuovo esecutivo, dal momento che l’ex premer controllerebbe la maggioranza dei parlamentari dem. Lo abbiamo chiesto a Chiara Geloni, giornalista e politologa che sta continuando il tour in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro: Titanic. Come Renzi ha affondato la sinistra. 

Si aspettava una vittoria così netta del sì all’alleanza con il Pd dagli iscritti della Piattaforma Rousseau?

Sì, mi aspettavo una vittoria, anche se inizialmente non credevo fosse così ampia. Quando poi però ho visto che la partecipazione al voto era molto più alta delle aspettative ho avuto qualche dubbio e ho anche temuto che l’esito finale potesse riservare sorprese inaspettate. Alla fine invece il voto ha rafforzato ancora di più la validità della prospettiva politica in campo”.

Cosa ha contribuito a far cambiare idea agli iscritti del M5S sull’accordo col Pd impensabile fino a poche settimane fa?

C’è stato sicuramente un giudizio su questi mesi di governo gialloverde. Nel momento in cui è stata offerta alla base la possibilità di esprimersi in merito, il giudizio non poteva che essere negativo. I militanti 5 Stelle hanno evidentemente vissuto con qualche sofferenza l’alleanza con la Lega e forse il malcontento verso quell’esperienza era molto più diffuso di quanto poi trapelasse realmente. Quando si è aperta un’alternativa di cambiamento reale nella quale i pentastellati potranno ancora giocare un ruolo importante grazie ai numeri parlamentari che hanno dalla loro parte, hanno capito che si trattava di un’occasione da sfruttare. Alla fine la gente ha la testa per decidere, dando giudizi sul passato e guardando al futuro”.

Pensa che sull’orientamento del voto abbia avuto un ruolo decisivo anche il video con l’appello di Beppe Grillo ad avere coraggio?

“Penso proprio di sì. Grillo può piacere o meno, ma il suo intervento ha permesso di alzare il livello del dibattito sulla formazione del nuovo governo, con un appello all’altezza delle aspettative che andasse oltre una discussione incentrata unicamente su equilibri politici e ministeri. In queste settimane credo che soltanto due politici abbiano avuto il merito di dare un senso concreto a tutta l’operazione, seppur con stili diversi, e questi due politici sono stati Grillo da una parte e Bersani dall’altra, gli unici a volare alto e a non ridurre il tutto ad una mera suddivisione di quote e posti nel governo”.

C’è chi considera Luigi Di Maio il grande sconfitto di questo voto visto che gli iscritti sembrano aver anteposto gli interessi del Movimento alle sue aspirazioni politiche. E’ davvero così?

Difficile capirlo per chi come me è molto lontana dal Movimento 5 Stelle e dalle sue dinamiche interne. Una cosa è certa: un gruppo dirigente che decide di sottoporre al giudizio della base una prospettiva politica senza dare indicazioni di voto è decisamente strano, questo il minimo che si possa pensare. Mi piacerebbe capire quale logica possa esserci dietro un comportamento simile. Possiamo basarci soltanto sulle impressioni e mi pare che Di Maio non abbia espresso una posizione politica chiara su questo momento decisivo. Ha dato l’idea di condurre questa trattativa con qualche incertezza e preoccupazione di troppo. Adesso avrà comunque un importante ruolo di capo delegazione nel governo, ma il suo futuro nel M5S dipenderà dagli equilibri che si andranno consolidando e che non potranno prescindere dalla volontà del ‘padre spirituale’ che resta Beppe Grillo: che in questa vicenda è apparso molto più coraggioso di Di Maio”.

C’è chi ritiene che il nuovo governo sarà a forte trazione renziana. Quanto ritiene potrà incidere l’ex segretario dem e quanto il suo peso si farà realmente sentire?

Se il governo partirà nel modo giusto e riuscirà a dare un’impronta adeguata alla sua azione, né Renzi, né nessun altro avranno voglia di mettere in atto delle ‘salvinate’. Non converrà a nessuno assumersi davanti al Paese la responsabilità di staccare la spina per ragioni di convenienza elettorale o di gruppo. Questo percorso politico nasce con l’intenzione di assicurare una durata significativa. Chi lo farà saltare seguendo l’esempio di Salvini ne risponderà davanti agli italiani. E’ molto teorico affermare che qualcuno avrà il potere di mettere in crisi il governo quando gli farà comodo, perché alla fine questo potere potrebbero averlo tutti. Ma quanto avvenuto ad agosto sta a testimoniare che, chi decide di far cadere un esecutivo per inseguire interessi di parte, è destinato ad andare incontro a brutte sorprese e seri rischi. Quindi ci penseranno tutti due volte prima di assumere decisioni così dirompenti”.

Salvini ha sbagliato i tempi, le mosse, ha fatto male i conti, si è illuso? Cosa lo ha spinto davvero a chiudere l’esperienza gialloverde?

“Ha sicuramente perso di vista la realtà e sottovalutato l’importanza degli effettivi rapporti di forza in politica, accecato forse da un’ubriacatura da consenso elettorale. Un consenso che non ha avuto gli strumenti necessari per gestire nel modo giusto. Non ha minimamente valutato a mio giudizio la realtà parlamentare e non ha considerato gli sviluppi reali che la crisi avrebbe potuto assumere. Poi non vanno dimenticati quei fattori che in questi mesi lo hanno indebolito, soprattutto agli occhi degli ambienti internazionali. Si è trovato sempre più isolato nella coalizione gialloverde, in Europa, ma anche negli ambienti economici che contano e non ha nemmeno ottenuto l’appoggio tanto ricercato da parte degli Usa. Ha poi aperto una guerra con la Chiesa cattolica, tutte vicende che hanno favorito una forte spinta rivolta a contrastarlo. Il problema di Salvini è di aver costruito una prospettiva di cortissimo respiro, incapace di andare oltre la ricerca del consenso personale”. 

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