M5S, Di Maio sotto accusa fa l’anti Conte. La mappa dei ribelli

Politica

Stavolta la rivolta c’è davvero. Nel Movimento 5 Stelle cresce la fronda di quelli che vogliono la testa di Luigi Di Maio.

Sono ben settanta i senatori che hanno sottoscritto un documento che suona come un vero e proprio atto d’accusa nei confronti del Ministro degli Esteri, mai come stavolta messo in discussione come leader politico. Nel documento si chiede di rivedere la figura del capo politico del Movimento proponendo la costituzione di un comitato composto da dieci persone, fra cui Beppe Grillo, per poter dare vita ad una gestione più collegiale possibile.

Inoltre i “ribelli” vogliono anche che sia modificato l’articolo del regolamento che attribusce al leader il potere di cambiare lo Statuto, potere che chiedono venga trasferito all’assemblea. 

I firmatari sono nomi di peso, fra i quali spiccano quelli dell’ex ministro Barbara Lezzi, di Nicola Morra, Mario Giarrusso, Alberto Airola. E’ stata invece smentita l’adesione dell’ex ministro Danilo Toninelli che stando ai rumors di stampa si sarebbe defilato all’ultimo minuto. 

Luigi Di Maio tenta di gettare acqua sul fuoco. “Le 70 firme raccolte all’interno del Gruppo M5S del Senato – spiega –  riguardano il cambio dello statuto non il tema del capo politico del Movimento. Poi c’è sempre una voce che si leva in dissenso ed è giusto così, io sono stato eletto come capo politico con l’80% di preferenze, non con il 100%, ed è giusto che ci sia chi non è d’accordo. Ma far passare quelle 70 firme per 70 firme contro di me – aggiunge – è falso, ci sono persone con cui lavoriamo ogni giorno, mi hanno chiamato e mi hanno detto: ‘è un grande malinteso, non è contro di te ma per rafforzare il Gruppo parlamentare'”.

Come riporta Repubblica, il sospetto di Di Maio è che a pilotare la rivolta dei senatori sia stato dall’esterno Alessandro Di Battista che è riuscito ad unire, da un lato il malcontento di quelli che sono stati esclusi dal nuovo governo (la Lezzi per esempio) e dall’altro di quelli che non hanno gradito l’accordo con il Pd. Una miscela esplosiva che ha gettato il Movimento nel caos.

Infatti la gestione delle trattative per la nascita dell’esecutivo giallorosso ha lasciato l’amaro in bocca a molti e naturalmente le maggiori responsabilità vengono addebitate al leader politico. Che intanto sembra fare il controcanto quotidiano al premier Giuseppe Conte.

A Conte che ha chiesto a Salvini di riferire in Parlamento sulla vicenda dei presunti fondi russi alla Lega Di Maio ha replicato: “Invece di provare a portare in Parlamento l’uomo che da ministro neanche ci è voluto venire a riferire su quel caso – dice a SkyTg24 – sosterrei l’altra idea che stavamo sostenendo prima che cadesse il governo: una commissione di inchiesta non soltanto sul caso specifico, ma su tutti i finanziamenti ai partiti degli anni scorsi”.

E ancora. Mentre Conte parlava di grande risultato in merito all’accordo sulla redistribuzione dei migranti con l’Europa Di Maio dichiarava: “Il problema dei migranti non si risolve distribuendoli negli altri Paesi europei ma fermando le partenze e per questo siamo impegnati in vari colloqui sulla stabilità della Libia, per fermare il conflitto e evitare che il Paese diventi ulteriormente una rotta di migranti verso l’Italia”.

Il capo pentastellato si trova quindi schiacciato dall’asse Conte-Fico da una parte, grandi sostenitori dell’accordo con il Pd e del governo giallorosso, e dall’altra da Alessandro Di Battista e i malpancisti che lo accusano di svendere il Movimento privandolo della sua identità e dei suoi valori. Un malcontento che è cresciuto dopo l’accordo col Pd in Umbria in vista delle regionali del 27 ottobre, vissuto da molti come un vero e proprio tradimento, dal momento che sono stati proprio i 5Stelle i più agguerriti accusatori nella vicenda dello scandalo sanità che ha coivolto la giunta precedente a guida dem.

Il senatore Primo Di Nicola, uno dei firmatari del documento spiega al Corriere della Sera: «Le nostre regole ormai stridono fortemente con i principi della democrazia che rivendichiamo. Di Maio non è il problema, anzi non è mai stato accentratore né autoritario, ma io credo che non sia accettabile che le cariche più alte non siano elettive. È arrivato il momento che Grillo e Casaleggio facciano un atto di generosità e regalino il Movimento al Movimento».

Di Maio dunque “non è il problema” ma nei fatti è proprio il suo ruolo ad essere sotto accusa. E nel Movimento l’unità ormai è sempre più una chimera, in favore di un “correntismo” che è diventato impossibile nascondere o negare.

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