M5S, i “dodici apostoli” e lo spettro del “partito pesante”

Politica

Doveva essere la festa per i primi dieci anni del Movimento 5 Stelle ma, a detta degli osservatori più attenti, nel fine settimana a Napoli sarebbe andata in scena la “rifondazione” dei pentastellati, sempre più proiettati in un’ottica di “partito pesante”.

A pesare in realtà sono state più le assenze che le presenze, da quella di Alessandro Di Battista a quelle delle ex ministre Barbara Lezzi e Giulia Grillo. Quest’ultima ha criticato proprio l’assenza di democrazia interna, sostenendo in un’intervista ad Huffington Post  la necessità di nominare un coordinamento politico, ritenendo ormai impossibile che a decidere tutto possa essere il capo, cioè Di Maio. E il capo la sua idea su come rilanciare il Movimento l’ha esposta chiaramente.

Solo che, come evidenzia il Corriere della Sera “la riorganizzazione del Movimento rischia di trasformare la creatura originaria di Grillo e Casaleggio, magmatica e fluida, in una macchina burocratica non troppo dissimile dai vecchi partiti. Con qualche controindicazione in più”.

Andiamo a vedere nel dettaglio come dovrebbe essere impostato il Movimento 5 Stelle 2.0. L’idea è quella di dare vita ad un coordinamento nazionale composto da circa ottanta persone.

Scelte come? Sei persone “di fiducia” saranno individuate dallo stesso Di Maio e dovranno coadiuvarlo nella gestione del Movimento e nella comunicazione.

La vera rivoluzione dovrebbe invece consistere nella nomina di dodici cosiddetti «facilitatori» nazionali, ossia una sorta di mediatori fra i gruppi parlamentari e il governo sulle singole materie. In poche parole quelli che qualcuno ironicamente ha definito i “dodici apostoli” dovranno ascoltare le proposte, le critiche, i malumori dei parlamentari nei confronti dell’azione dell’esecutivo nei vari settori di rispettiva competenza e farsi portavoce delle loro istanze presso la delegazione ministeriale.

Infine ci saranno circa sessanta rappresentanti delle regioni che faranno da anello di congiunzione fra il Movimento nazionale e i territori. Tutti saranno eletti on line a dicembre.

Ma la proposta non soddisfa tutti. Ad esempio l’idea dei “dodici apostoli” non piace a Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia che al Corriere della Sera rivela: «I facilitatori? Non vanno in direzione di una vera orizzontalità, io ho un’altra idea di organizzazione. Più che da 80 persone, ci serve ripartire dai meetup, dagli incubatori e dalla messa in circolo delle idee attraverso Rousseau».

Ma è soprattutto contro Di Maio che serpreggia il malumore maggiore. Alla fine il progetto di riorganizzazione dei pentastellati secondo alcuni altro non farebbe che rafforzare il potere del capo trasformando nel contempo il Movimento in un vero e proprio partito, perdendo così la sua funzione originaria. Il rischio secondo molti è di ritrovarsi dentro un partito vero e proprio, prigioniero di regole e tesserati, composto di apparati e strutture burocratiche, sempre più scollegato dalla rete e dunque ostaggio dei “signori delle tessere” e delle correnti. 

Una prospettiva che non piace soprattutto ai grillini della prima ora. gli “ortodossi” per intenderci come Morra, Gallo e altri. A tutto ciò va aggiunto il malcontento per l’alleanza di governo col Pd e l’ipotesi di un’alleanza organica con i dem anche sui territori.

Ipotesi che al momento Di Maio ha escluso, anche se tutti gli indizi sembrano condurre proprio in quella direzione.

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