Effetto-Umbria. Il vulnus dei grillini. Quando ne parlai con Di Maio

Politica

E’ da mesi, forse anni, che il Movimento si dibatte e si dimena.
Tanto tempo è passato da quando si è imposto come alternativa efficace alla corruzione partitocratica, affermando come nuova categoria della politica non più la stanca dicotomia “destra-sinistra”, ma la nuova “alto-basso”, popoli contro caste. Col popolo per definizione, il bene; e il ceto politico, per definizione, il male. Una categoria morale applicata quindi, alla politica, all’interno del populismo, che vuol dire “rivolgersi direttamente alla gente e semplificazione del linguaggio politico”.

Un populismo cui la Lega ha aggiunto la declinazione sovranista: “identità contro globalizzazione, Stati sovrani contro Ue”.
Tanto tempo è passato, dicevamo, dal 2009, anno di fondazione dei 5Stelle. Erano gli albori della mai decollata Terza Repubblica. Poi, gradualmente, acquistando pezzi di rivoltosi a destra e a sinistra, molto non-voto, dall’opposizione gradualmente sono passati all’amministrazione della cosa pubblica. E qui è iniziata paradossalmente la crisi.

Da una parte, le esperienze non proprio positive di Roma, di Torino e delle altre città; dall’altra, l’incompetenza manifesta di una classe dirigente che non riesce a decollare (più sicura all’opposizione, con poca cultura di governo), e poi l’esecutivo con la Lega e i dem. Un continuo scendere tra voto regionale, europeo, nazionale, passando dal 30% al 17%, fino al 7% dell’Umbria.

Oggi di un esercito giacobino vincente e trionfante, restano correnti disordinate di destra, di sinistra; resta una forte contestazione nei confronti del capo Di Maio e la nostalgia delle battaglie No-Vax, No-Tav etc che il Movimento ha disatteso.

E’ sufficiente dire che dal Vaffa Day al governo dell’Italia si è consacrato il fallimento grillino, ribadendo la solita solfa che certi movimenti vanno bene stando all’opposizione ma non quando governano? Di esempi simili nella nostra storia repubblicana, ce ne sono stati parecchi. No, non è ragione sufficiente.
C’è, invece, un male più profondo che riguarda proprio il dna dei grillini e che forse spiega l’attuale loro processo regressivo, senza immediate risposte, né soluzione.

Ne parlai direttamente con Luigi Di Maio, in una pausa alla Camera, tra la buvette e i noti divani rossi del Transatlantico. Allora dirigevo un altro giornale on line, ma la sostanza della nostra breve conversazione, è oggi interessante per capire forse meglio il fenomeno in difficoltà.

Era appena iniziata la legislatura. A Palazzo Chigi c’era Letta e il Movimento era un’agguerrita, religiosa, inossidabile e invincibile forza d’opposizione, una vera macchina da guerra. Prevaleva l’anima “dibattistiana”, su quella che sarebbe diventata in seguito l’anima governativa, liquida e post-ideologica di Di Maio.

“Noi non possiamo fare alleanze – mi disse Di Maio – perché rischieremmo di annacquarci, di perdere la nostra identità. Possiamo farlo solo se raggiungiamo la maggioranza relativa in Parlamento”. Ecco il punto, che in qualche modo, richiama l’intervista che ieri Di Maio ha dato al Corriere della sera e nella quale, ammettendo la sconfitta di domenica, ha affermato che il modello civico col Pd non ha funzionato, e che il Movimento deve tornare equidistante dalla destra e dalla sinistra”.

Non un semplice comunicato col quale ha ammesso una sconfitta pure personale, ma qualcosa che ha a che vedere con i valori costitutivi del Movimento. Concetto spiegato bene in un altro passaggio dell’intervista: “Noi dobbiamo arrivare al governo del Paese con una maggioranza autonoma che ci permetta di metterci veramente alla prova. Noi siamo alternativi ai partiti, non complementari”.

Ci siamo. Di Maio pensa a partire da domani, di tornare alla purezza movimentista, alla ragion d’essere del Movimento, che fa il paio con la democrazia diretta e la visione della volontà generale vista da Rousseau. Una strategia che non ammette mediazioni.
Una qualità, ma pure un vulnus. E’ l’anticamera di una totale autorappresentazione democratico-partecipativa dei cittadini, che può sfociare nel totalitarismo utopistico, anche se democratico. In soldoni, è l’evidenza della matrice antiparlamentarista dei pentastellati.

Le mediazioni sono invece, nell’odierna realtà, il pane della democrazia delegata, della rappresentanza parlamentare, della democrazia liberale e costituzionale. Noi siamo dentro una Repubblica parlamentare non diretta, presidenziale o puramente digitale, come auspica il Capo politico. Lo stesso abbaglio che ha preso Salvini, illudendosi di poter gestire le procedure costituzionali, imponendo il voto, quando ha fatto cadere l’esecutivo gialloverde.

Infatti, costretti dai numeri a formare maggioranza plurali, i pentastellati hanno introdotto il meccanismo nuovo del “contratto”, opposto a quello della coalizione. Il contratto presuppone il mantenimento, poi comunque disatteso, della purezza incontaminata dottrinale e originaria, accettando punti programmatici in comune. Il patto di coalizione, dal canto suo, impone una sintesi tra anime diverse e posizioni distanti.
Ma coalizione o contratto, prima con la Lega, poi col Pd, i risultati sembrano gli stessi. Ne uscirà Di Maio?

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