Brexit. La vittoria di Boris e la reazione della sinistra politica e mediatica

Politica

Boris Johnson ha stravinto le elezioni e il mandato sulla Brexit è chiaro: il voto sull’uscita dall’Europa avverrà prima di Natale.

I conservatori hanno conquistato 364 seggi su 650 e il primo ministro – rieletto nel seggio di Uxbridge – può quindi contare ora su una maggioranza assoluta. Una sconfitta schiacciante per i laburisti, che si fermano a 203 seggi e mettono ora in discussione la leadership di Jeremy Corbyn.
Questa la cronaca, la reale fotografia dei fatti.

Il Regno unito ha premiato una linea decisa, una posizione mirata a sbloccare una lunghissima situazione di stallo che stava impantanando parlamento, governi, opinione pubblica, Londra, Bruxelles. La sterlina, tanto per smentire i profeti di sciagura, sta volando. I mercati pure.

E cosa succede nel sistema mediatico? In primis, da noi (basta assistere ai panel tv)?
Esattamente la campagna denigratoria, ideologica, di regime, che ha caratterizzato tutti i post-elezione italiani, quando le urne sono andate controcorrente; quando ad esempio, è nato il governo gialloverde, o a suo tempo dopo la vittoria di Trump; o dopo l’avanzata elettorale dei sovranisti in Europa.

Campagna mediatica che parte sempre dal medesimo presupposto: c’è chi rappresenta il bene, la verità, il giusto, la democrazia, l’etica, la morale, il progresso e chi, invece il male, la dittatura, il passato.
E naturalmente, su questi presupposti, il male non può vincere e il bene non può perdere.
E allora? Parte subito una strategia lessicale, culturale e politica, atta a ridimensionare, mettere all’angolo le vittorie che non piacciono. Sostanzialmente, una strategia che si articola in 5 risposte standard.

Prima risposta: è stato un voto di protesta, come dire che l’opzione che ha prevalso non è fondata su programmi, prospettive serie, ma su umori, pulsioni, paure, angosce. Quindi, uno stato emotivo, irrazionale, estraneo alla responsabilità e alla coscienza democratica.

Seconda risposta: si dà vita a ricostruzioni personali, psicologiche, incentrate sulla “macchiettizzazione” dei leader vittoriosi: Trump, un uomo d’affari, un mezzo pazzo, senza scrupoli. Si scandagliano affabilmente la vita privata, le irregolarità fiscali, i difetti fisici etc. Adesso ovviamente, è il turno di Boris Johnson: le redazioni sono impegnate a valutarne la follia, gli amori, la sua irresistibile tendenza a non dire la verità. Ergo, gli inglesi si sono fatti imbrogliare da una narrazione manipolata e strumentale. Cioè, milioni di persone sono cascate nelle menzogne.

Terza risposta: quando il popolo vota secondo i dettami ordinari, il politicamente e culturalmente corretto, è “popolo” che ha una coscienza democratica, è civile e illuminato. Quando va dall’altra parte, regredisce a rango di “plebe”, è vittima della falsità e si fa turlupinare dalle tv (ci ricordiamo di Berlusconi?), e adesso dalla Bbc accusata di essere passata dalla parte dei conservatori in modo sfacciato. Dietro tale convinzione c’è il noto impianto paternalistico gramsciano: un’élite deve educare la gente a ciò che è utile per la collettività. Decodificato, il popolo è costituito da una massa di infanti incapaci di intendere e volere. Di scegliere autonomamente.

Quarta risposta: hanno vinto le paure, i fantasmi, la crisi economica, le ricette facili, il populismo, le scorciatoie d’odio. Ma non viene il sospetto che ogni comunicazione politica mette al centro la semplificazione, e scaturisce dall’asse amico-nemico? I grillini “odiano” la casta, i leghisti il diverso, il migrante, il delinquente, Bruxelles; la sinistra “odia” il capitalismo, il fascismo, il nazismo, l’intolleranza, il razzismo. Tutti hanno un nemico. Ma ciò che viene nascosto e si preferisce nascondere, è che qualcuno prima o poi, dovrà ammettere che c’è un nemico giusto e un nemico sbagliato, un odio giusto e uno sbagliato. E questo è inammissibile per il moralismo imperante del pensiero unico.

Quinta risposta: non è mai del tutto merito di chi vince, ma demerito di chi perde: nel caso inglese, della pallida e ambigua leadership di Corbyn, della scarsa combattività dei liberal-democratici. Cioè, non è la destra che vince, ma la sinistra che perde. Sinistra, ombelico del mondo: vince, perde, scomunica, legittima, delegittima.

Domanda: anziché aggrapparsi agli alibi e agli schemi ideologici, perché non ammettere che vincono le idee? Condivisibili o meno, ma idee? Se prevarrà tale modalità, forse, tutti saranno più maturi per la democrazia, e non unicamente a parole.

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