Il futuro di Conte. Nel 2020 Renzi e Di Maio staccheranno la spina

Politica

Italia viva mica tanto e 5Stallo. Il nuovo anno deciderà le sorti del governo giallorosso. E non è solo per i dossier aperti (Ilva, Alitalia), gli effetti della manovra e relativi ritocchi; non solo per l’esito delle amministrative calabresi ed emiliane, ma anche e soprattutto per le interferenze genetiche dei grillini e dei renziani.

Matteo Renzi dovrà decidere, una volta per tutte, da che parte stare. Azzoppato dalla nota inchiesta relativa ai finanziamenti della Fondazione Open, galleggia tra il 5 e il 6% (secondo i sondaggi), in attesa che arrivino gli spezzoni forzisti a rimpinguare il suo disegno “macroniano-centrista”, in salsa proporzionale. E tra il ruolo di guastatore e di apripista di futuri scenari, rumina e medita sulle sue nuove strategie: farà saltare il banco (visto che con i suoi numeri parlamentari può condannare la maggioranza), o si limiterà a fare l’eterna spina nel fianco per caratterizzarsi e monetizzare elettoralmente? I più informati scommettono sulla prima ipotesi.

Luigi di Maio, dal canto suo, è alle prese con una crisi strutturale. Non si tratta di un’emergenza passeggera. Non è questione dell’ambiguità che ha contrassegnato e caratterizzato il Movimento, reo di aver tradito il suo popolo, le motivazioni originarie (No Tav, no Vax, no tutto), che lo hanno portato ad essere il primo partito alle scorse consultazioni politiche; reo di essere passato indifferentemente dal sovranismo salviniano all’umanesimo contiano2.0, con quel Pd che ha combattuto per anni.

C’è un male più profondo che sta colpendo i 5Stelle. Un abisso tra elettori, militanti, classe dirigente, parlamentari e capi storici. Tutti divisi e in battaglia, gli uni contro gli altri armati. Gli effetti? E’ un partito che viaggia intorno alla metà dei consensi e ad esempio, se guardiamo alle rendicontazioni di novembre solo 10 deputati su 216 e 5 senatori su 101 sono in regola. Cosa vuol dire? Scollamento nel gruppo, sfiducia nel futuro, prevalenza degli interessi personali sulla mission e pessimismo sulla durata dell’attuale esecutivo.

La parabola discendente dei grillini la dice lunga sull’incompatibilità e incomunicabilità tra la repubblica parlamentare e quella mediatico-digitale di cui i pentastellati sono espressione.

Nati all’insegna del partito post-ideologico informatico, legittimati nella scelta dei parlamentari, dei programmi e nella partecipazione ai governi dalla piattaforma Rousseau, ora vivono sulla loro pelle l’impossibilità di tradurre un movimento di lotta in movimento di governo. A meno che non detengano la maggioranza assoluta dei numeri parlamentari.

Piaccia o non piaccia, l’Italia è una repubblica parlamentare, e Camera e Senato sono il luogo storico e istituzionale delle mediazioni e della costruzione politica. La Repubblica mediatica presuppone la democrazia diretta. Cosa che non c’è.

E Di Maio e soci, ci stanno sbattendo la testa. Se mediano si annacquano e perdono i voti, se si ostinano nel loro assolutismo ideologico o giacobinismo politico, diventano velleitari e marginali.

E’ il destino di tutti i movimenti e soggetti politici populisti.

Il tema è che Conte2.0 è e sarà sempre di più, condannato dal tramonto grillino. E a poco servirà, come sta servendo, la stampella dem che il premier sta utilizzando per sopravvivere.

Il 2020 sarà l’anno del voto. Gli argomenti, oggetto del confronto-scontro parlamentare sono e saranno secondari. Semmai le spie di una questione più grave.

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