Flop Emilia. Resa dei conti nel centro-destra. A Salvini meglio un Guazzaloca

Politica

Un anno fa avremmo detto che il bipolarismo italiano era definitivamente nel segno della Terza Repubblica: “Polo populista-sovranista” antisistema, anticaste (il governo gialloverde), animato da Lega e 5Stelle (stavano partorendo una nuova idea di sicurezza, identità, gestione dell’immigrazione, nuova idea di pubblico, di Stato, di Welfare, giustizia, economia); contrapposto ad un “polo liberal o radical”, popolato da Pd e Fi: stesse posizioni su giustizia, Europa, economia, diritti civili.

Fino alle elezioni in Emilia avremmo detto che il centro-destra era ormai a trazione leghista, condannando alla marginalità Forza Italia e all’ambivalenza Fdi, oscillante tra sovranismo e conservatorismo. Col risultato di aver lasciato libera tutta la zona centrale e centrista, non rappresentata. Da qui la corsa ad occupare tale spazio da parte di Conte (il suo sogno di creare un partito personale), Calenda (il suo partitino fresco di fabbrica), e Renzi (con la sua Italia-viva).

Ma il voto di domenica, i suoi sicuri effetti, hanno cambiato le cose. I fatti ci dimostreranno se si tratta di una semplice battuta d’arresto di Salvini (le ragioni della sua sconfitta le abbiamo ampiamente illustrate: il referendum su sé stesso, i temi nazionali al posto di quelli locali, i temi etici al posto dei numeri concreti, economici etc).
Se Zingaretti aveva pronto il discorso delle dimissioni (secondo le indiscrezioni), e ora canta vittoria, nel nome di un partito da rifondare, più aperto alla società civile, alle Sardine; il centro-destra è obbligato a rimodularsi.

Sembra tornare di moda il “modello 1994”. Che da un lato, era figlio di un Berlusconi giovane, forte, con gli azzurri perno numerico e ideologico della coalizione, una destra e un Carroccio bossiano, confinati alle estremità. Dall’altro, è resuscitato grazie all’esempio calabrese. Il messaggio? Il centro-destra vince quando è aperto, aggrega anche i moderati, i liberali, i cattolici, i riformatori. Quel ceto medio produttivo che non gradisce i toni, le provocazioni, gli atteggiamenti estremisti di Salvini.

La prova? La ripartizione del voto nelle grandi città dell’Emilia Romagna: Bologna, Modena etc. Ceti e blocchi sociali prima attratti da Berlusconi e ora orientati verso il centro-sinistra e che comunque hanno preferito i fatti e le argomentazioni di Bonaccini, all’ombra sbiadita ed eterodiretta della candidata “debole” Borgonzoni.

E’ l’ennesima riproposizione dello scontro in atto non solo in Italia, ma negli Usa (Trump), in Francia (i gilet gialli), in Inghilterra (la Brexit); lo scontro tra regioni, province “profonde” (le Vandee), più identitarie, vicine al sovranismo e al populismo, e le “citta-globali”, tutte uguali, mondialiste, laiciste, cosmopolite, multiculturali, multirazziali, inclusive, liberiste (Berlino come Parigi, Londra come Barcellona, Milano come Amsterdam). Due diverse visioni della modernità.

E se il tema è riconquistare le città, al centro-destra servirebbe per vincere un nuovo “modello-Guazzaloca”. Una destra che guarda al centro, indirizzata al mondo delle imprese, del lavoro, delle partite Iva e non viceversa.
Come finirà? Intanto si è aperto il fronte polemico per le prossime candidature regionali. Sarà il terreno di scontro tra Fi, Lega e Fdi. Salvini insisterà per essere ancora l’uomo forte e solo al comando? Berlusconi alzerà il tiro?

Intanto Fdi, rinvigorita dal voto, non intende recedere sui nomi, i suoi candidati governatori, secondo gli accordi scaturiti dal patto di Milano: Fitto in Puglia e Acquaroli nelle Marche. Il Capitano pare condividere Fitto, ma non il secondo. Preferisce Castelli, ex sindaco di Ascoli.
E il Cavaliere, rispetterà i patti o vorrà ridare le carte?
Su questo si gioca il futuro del centro-destra.

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