Virus docet. Il Papa, il re (il barbiere) e la presa della Bastiglia

Politica

Cronache da Coronacity. Nonostante la storia che cambia, modifica, stravolge tutto, proprio nei momenti di crisi (guerre, pestilenze, rivoluzioni, recessioni economiche), le cose che contano, i simboli tradizionali, il Dna delle nazioni, le agenzie di senso più profonde, restano in piedi. Anzi, recuperano terreno. Tornando al centro della società.

A chi si rivolge il popolo quando ha paura, quando vede ogni certezza vacillare? Si rivolge a chi non è liquido, a chi rappresenta, incarna la fede, la speranza, la stabilità, la sicurezza, la solidità le istituzioni ferme: il papa, il re, la religione, lo Stato.

E di fronte a tale bisogno, a tale richiamo ancestrale, archetipico, spirituale, per incanto, spariscono, affondano tutti i guitti del potere, gli gnomi della tv, dei panel, gli opinionisti prezzolati, gli esperti che sbagliano sempre, i maggiordomi della finanza. Anche se costoro, specialmente i signori del denaro, tentano di difendersi d’ufficio, con i loro ricatti finanziari. Come stanno facendo in questi giorni, speculando sulla fame, conseguenza del contagio.
Si chiama tradizione contro inganno, contro pensiero unico, contro la presunta modernità.

Il popolo (italiani in primis), messo in quarantena, inizialmente si rifugia nelle abitudini consolidate, in questo caso, consumistiche, mediatiche, sentimentaloidi, para sportive, new age (canta in balcone, ginnastica in casa, cibo compulsivo, passeggiate nevrotiche col cane, apericene via wa o facebook), replicando in pochi metri quadrati la vita di prima; poi, permanendo la situazione emergenziale di compressione della libertà individuale, o impazzisce o è obbligato a riconsiderare dimensioni più autentiche della vita.

Il Papa. E’ bastata una diretta tv (reti pubbliche e reti private), per ridare “a Dio quel che è di Dio”. La potenza pedagogica del messaggio: il silenzio, il deserto che ci accompagna, il cammino della Chiesa nella figura di un Pontefice claudicante, ma eretto nel credo; la forza imponente e sublime del Santissimo a tutto schermo.
In quegli attimi l’umanità si è ricongiunta alla speranza, a ciò che è sul serio; si è ricongiunta alle proprie radici e alla propria missione: riscoprendo da dove viene e dove deve andare.

E poi, è intervenuto il “Re”. Il capo dello Stato Sergio Mattarella che ha avuto la capacità di rassicurare i cittadini, con la austerità, la sobrietà, la forza tranquilla che caratterizzano il suo stile e i suoi contenuti. E nel contempo, facendo sua, la voce di quanti ora soffrono di fronte a una Ue sorda e legata a vecchi schemi. Collegando fisicamente la nostra storia istituzionale migliore dall’unità in poi (Risorgimento-secondo dopo guerra). Questa è la repubblica, questa è la vera res-publica.

E anche l’incidente del “fuori onda” (il file audio-video sbagliato, inviato ai giornali, dove il presidente parla col responsabile della comunicazione Giovanni Grasso, sulla mancanza di un barbiere; della serie “male comune mezzo gaudio”), al contrario delle preoccupazioni formali, ha rafforzato questo legame, confermando l’immagine di un Colle accogliente, sereno, che ha con i suoi collaboratori un rapporto famigliare. Un atteggiamento che ha potenziato l’identificazione “popolo-Stato”, umanizzando ulteriormente le nostre istituzioni.

Il Papa e il “re-presidente”, hanno avuto il merito, infatti, di sopravanzare la classe politica che non sembra completamente all’altezza di governare il Coronavirus, i suoi effetti, il suo impatto economico.

Oggi l’“Ancien Regime” non sono la Chiesa o il Quirinale (l’alleanza trono-altare), ma Palazzo Chigi, l’attuale destra e l’attuale sinistra: parolai, incompetenti, demagoghi, impacciati, fumosi.
Se continua così rischiamo la rivoluzione francese, la presa della Bastiglia. Che come noto, finisce con la ghigliottina. Storia, “magistra vitae”. Speriamo di no. Che la classe politica capisca e si attrezzi a scelte degne del nome e a immaginare lucidamente il futuro. Un Draghi, nel bosco, è già in agguato.

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