Sanatoria, lacrime, terrorismo: razzismo a sinistra, becerume a destra

Politica

Razzismo e becerume, questo binomio sta caratterizzando ormai la cosiddetta mai nata Terza Repubblica (per usare un termine caro a Di Maio).

E’ la cifra consolidata della vincente comunicazione social, del populismo mediatico che diventa inesorabilmente populismo politico e cioè, al posto dei fatti ci sono gli annunci; al posto della realtà c’è la percezione; al posto della verità la narrazione, al posto del confronto dialettico con l’avversario, l’individuazione e la demonizzazione del nemico.
Sono le regole ferree della nuova comunicazione politica. I partiti sono ridotti a soggetti commerciali, occupano militarmente dei brand, e fanno unicamente marketing elettorale per ottenere, consolidare il consenso e rafforzare il proprio brand.

La speranza è, ovviamente, che gli attuali soggetti commerciali facciano qualcosa per i valori che dicono di rappresentare. Punto (il rimpianto per la prima Repubblica, da De Gasperi a Berlinguer, ad Almirante, è doveroso).
Piaccia o non piaccia, con tale realtà bisogna fare i conti. Adeguarsi e reagire.
Quindi, becerume a destra e nuovo razzismo a sinistra. Derive tra l’altro, speculari, si alimentano a vicenda. Sono le facce opposte della stessa medaglia, dello stesso teatrino mediatico.
E in mezzo tanta fuffa. Ha ragione Marcello Veneziani, quando auspica l’arrivo di gente seria, non certamente i tecnici (tutti legati a salotti buoni, poteri forti, lobby internazionali). Non certamente i medici, gli esperti e soloni in camice bianco, che non sanno dare risposte precise nemmeno sul loro terreno (il Coronavirus). Ma politici degni del nome. Di sana e preparata e antica scuola. Peccato che in Italia non abbiamo le scuole di alta amministrazione, come in Francia. Ma veniamo a noi.

A proposito di fuffa. Conte fa conferenze-spettacolo, alternando nervosismo, quando è in difficoltà (il noto attacco in diretta a Salvini e la Meloni), a ironia, quando deve ostentare un risultato minimo per un governo traballante, fortemente diviso al suo interno, tra i desiderata dei grillini e i desiderata dei dem.
Ad esempio ieri, nella seguitissima diretta Facebook (la pandemia ha favorito l’uso compulsivo dei social, anche per la regia del suo portavoce Casalino), tra telefonini che squillano e rumori di fondo, il premier si è concesso pure una battuta col ministro Patuanelli, sulla “collettivizzazione dei mezzi di produzione”, vezzo scherzoso e un po’ no, attribuito al ministro.

Ecco, la superficialità mediatica: ogni parola, non è liquida, ma comporta degli effetti, almeno per chi sa riconoscerli. Su certe parole non possiamo scherzare. Evocano direttamente il comunismo e la collettivizzazione delle terre che ha ucciso 10 milioni di persone tra i kulaki, i piccoli contadini russi, proprietari terrieri.
E le lacrime della ministra Bellanova? La buona o mala fede non c’entrano. Nel suo caso la comunicazione para-verbale e meta-verbale si fondono e confondono, esprimendo già un messaggio preciso. Eccolo: “Io Bellanova, parlamentare di Iv, ho ottenuto una vittoria storica, facendo uscire dall’anonimato gli anonimi, i poveri migranti sfruttati dai caporali, costretti all’irregolarità”. Lei, come a suo tempo, la Fornero sui pensionati, ha fatto il suo dovere, in perfetta linea con la concezione del “soggetto commerciale”, su esposto.

Ma il tema non sono le lacrime, è la realtà. Come la legge Fornero, si è dimostrata un massacro per i pensionati, la sanatoria voluta dalla Bellanova, si rivelerà estremamente pericolosa per i migranti irregolari. Allo sfruttamento dei caporali seguirà lo sfruttamento dello Stato, uno sfruttamento addirittura a tempo e mal pagato.
Perché razzista? Per due ragioni. Quando la premessa è che gli italiani non fanno figli e che pertanto, bisogna mandare avanti lo stesso l’economia, e che gli italiani non fanno certi lavori, e che qualcuno deve farli, l’atteggiamento è quello tipico del signorotto che deve obbligatoriamente far produrre il suo feudo. Tradotto, a chiacchiere ci si richiama all’umanità, al buonismo, all’integrazione, ma nella sostanza, si chiama “etno-compensazione”.

Dove non ce la fanno i ricchi, i tutelati, arrivano i nuovi schiavi. Un metodo legislativo e culturale per avere energie fresche, per pochi mesi, fregandosene del seguito. Ossia, l’inserimento sociale, lavorativo, esistenziale vero. Se l’integrazione deve essere virtuosa, non deve limitarsi al mero ingresso in Italia, all’emersione provvisoria, a lavori provvisori, a permessi che durano pochi mesi, con stipendi appena superiori a quelli dei caporali. Una classe politica degna del nome, deve preoccuparsi del “dopo”. E’ la nuova cittadinanza. Non chiudere i migranti nei lager che conosciamo molto bene e che conoscono molto bene pure loro, portandoli armi e bagagli ad aderire alla criminalità (centri di accoglienza etc).

La seconda ragione, è appunto lo sfruttamento di Stato che il Decreto Rilancio, di fatto produrrà: come già detto, pochi soldi, per poco tempo. Altro che fuoriuscita dall’anonimato degli anonimi.
L’etno-compensazione non è razzismo? Razzismo di sinistra, da salotto, ammantato di buonismo?
Un razzismo che, paradossalmente, favorisce la reazione opposta, il becerume di destra. Che strumentalizza gli stessi argomenti. Ecco il becerume. I suoi leader polemizzano, colpiscono la persona, non le idee.

Matteo Salvini, personalizza sempre lo scontro. Sulla Bellanova: “Le lacrime del ministro Bellanova (Fornero 2) per i poveri immigrati, con tanti saluti ai milioni di italiani disoccupati, non commuovono nessuno”. Giorgia Meloni idem, con aggiunta retorica: “Centinaia, forse migliaia di italiani in queste settimane hanno pianto, magari di notte, di nascosto dai loro figli, schiacciati dalla disperazione per aver perso tutto, o per timore di perdere tutto. Aspettando un aiuto che non è arrivato mai. Stasera il ministro Bellanova si è commossa. Ma per la regolarizzazione degli immigrati. Io sinceramente sono basita”.
E’ la logica dell’uno contro uno, della nuova lotta di classe individuale, della nuova invidia sociale, del popolo che si rivolta per definizione, contro ogni vertice, ritenendolo casta.

Caso Silvia Romano, medesima solfa. Matteo Salvini: “Se vai in un territorio a rischio, come associazione di volontariato o azienda privata, esponi te stesso, l’Italia e i tuoi lavoratori a un rischio. Dovresti anche assumerti le conseguenze, civili, economiche e penali”.
Decodificato, sulla carta salva furbescamente Silvia, ma distrugge la sua dignità, il suo lavoro e la sua vocazione.
Spostando il tiro anche di fronte alle dichiarazioni del suo collega di partito Alessandro Pagano, che alla Camera ha accusato la volontaria italiana, di essere al servizio dei terroristi islamici. “Sicuramente lui ha esagerato, il problema – ha spiegato il leader della Lega – non è Silvia Romano, ma l’uso che il Governo ne ha fatto”.

Dulcis in fundo, la petizione della Meloni per sfiduciare il ministro Bonafede (il caso Di Matteo). Una personalizzazione che se da un lato ha fatto brand Fdi, dall’altro, ha ricompattato il governo giallorosso, minato dalle divisioni. Il caso in questione era ed è, un affare interno ai grillini.
Razzismo e becerume, per concludere, non solo speculari, ma addirittura funzionali agli equilibri altrui.

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