Stati generali, la montagna ha partorito il topolino. La realtà oltre “le passerelle”

Politica

E’ calato il sipario sugli Stati generali di Villa Pamphilj e la domanda che tutti si fanno è: “Sono serviti davvero? A cosa?”.

Al premier Giuseppe Conte sicuramente sì, avendo avuto per dieci giorni un’importante “passerella mediatica” che gli ha permesso di mostrarsi al mondo come regista della ripartenza. Lo avevamo scritto sin dall’inizio, gli Stati generali servivano soprattutto a lui per assumere le redini della Fase 2 visto che, finita l’emergenza Covid, era venuto meno anche quello che da più parti era definito l'”autoritarismo sanitario”, accolto con favore dagli italiani nel momento di massima preoccupazione  con il coronavirus in rapida espansione, ma poi subito contestato a paura scemata. Adesso c’è da rimettere in piedi l’economia e con questa mossa il premier ha tentato di bruciare tutti sul tempo, prendendo in mano la gestione dell’emergenza economica, così come aveva preso in mano nella Fase 1 quella sanitaria. 

A giudicare dalle conclusioni, c’è da chiedersi se davvero servissero gli Stati generali per arrivare alle solite, scontate, prevedibili decisioni: per scoprire ancora una volta che le priorità dell’Italia restano quelle che stanno sul tavolo da sempre, ossia il taglio delle tasse, lo sviluppo delle infrastrutture, l’abbattimento della burocrazia, l’ammordenamento tecnologioco ecc.

Il premier ha infatti annunciato che i pilastri del piano di rilancio individuato al termine dei dieci giorni di consultazioni saranno: “Alta velocità, pagamenti elettronici, fibra ottica per tutti, transizione energetica, taglio del cuneo fiscale e incentivi alle imprese”. Il piano di rilancio sarà presentato al governo nei prossimi giorni e discusso poi sia con le forze di maggioranza che con quelle dell’opposizione.

Ma non sono queste le stesse priorità che avevano anche i precedenti governi? E ci voleva il Covid per capire che lo sviluppo del Paese passa soprattutto sbloccando i cantieri e abbassando le tasse per le imprese e le famiglie? E l’alta velocità non è stata sempre bloccata dall’opposizione del Movimento 5 Stelle?

Alla fine i pilastri annunciati da Conte sembrano essere soltanto l’ennesimo tentativo di mettere dentro un programma di governo tutte le richieste della maggioranza, prendendo un pezzo da Italia Viva, un altro pezzo dal Pd, un altro ancora dai 5 Stelle, accontentare tutti e così mettere al sicuro governo e maggioranza; compensando il rilancio infrastrutturale tanto caro a Renzi con le politiche green che fanno tanto ambientalismo alla grillina. 

Ma riuscirà il premier nell’impresa di tenere unita la compagine giallorossa? Nel Partito democratico c’è da registrare la polemica aperta dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori (uno dei renziani rimasti nel partito) che ha criticato la segreteria di Nicola Zingaretti accusando i dem di farsi dettare l’agenda di governo dai 5 Stelle.

Una presa di posizione che ha provocato una levata di scudi da parte della dirigenza che ha fatto quadrato intorno a Zingaretti. Intanto però ieri il segretario del Pd nell’esprimere soddisfazione per l’esito degli Stati generali ha commentato: “Ora è il tempo delle scelte e della concretezza. In tanti chiacchierano. Noi, invece, con l’Europa andiamo avanti uniti per costruire un’Italia semplice, della conoscenza, digitale, green, delle opportunità e della solidarietà, come abbiamo fatto in questi mesi. È la sfida più difficile, ma questo ci chiede l’Italia: ricostruire la fiducia attraverso un nuovo sviluppo, la crescita, la creazione di lavoro. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza una seria svolta europeista del Paese, che ha recuperato rapporti logorati all’inizio della legislatura. Di questa svolta compiuta senza soggezioni e che corrisponde all’interesse nazionale, il Pd è stato ed è il fulcro. È la nostra missione e lo dobbiamo fare soprattutto per le ragazze e i ragazzi italiani. Il Pd è la principale forza della rinascita italiana”. Tanto per “dare a Cesare quel che è di Cesare” e non dare agli altri, Conte e i grillini, quel che non è loro.

Ma il vero problema arriva dal Movimento 5 Stelle che resta il partito di maggioranza in Parlamento, anche alla luce dell’ultimo sondaggio divulgato dalla società di Antonio Noto e reso noto da Il Tempo, secondo il quale il 67% degli italiani sarebbe deluso dai grillini avendo visto tradite le aspettative in essi riposte. Un risultato che sembrerebbe offrire linfa alla battaglia di Alessandro Di Battista per un ritorno alle origini, considerando che circa un 40% contesta il precedente accordo di governo con la Lega e un altro 40% quello col Pd. Dando a Dibba il pretesto per riaffermare l’autonomia dei pentastellati e l’esigenza di tornare da soli.

I problemi per Conte insomma sono tutt’altro che risolti. Con all’orizzonte il Mes, vero e forse decisivo banco di prova per la tenuta della maggioranza e del M5S.

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