Stati(ni) generali. Ecco le parole-chiave di uno spettacolo senza ricette

Politica

Con gli Stati Generali ormai chiusi, con Villa Pamphili sbarrata, spente le luci della ribalta, una riflessione sui contenuti e le parole-chiave della kermesse, va fatta.

STATI GENERALI. Parola che non porta bene. La inventò Luigi XVI nelle concitate fasi della prima Rivoluzione francese ossia, il disperato tentativo di salvare la monarchia, inaugurando la fase liberal-costituzionale. Ma fu tutto inutile, il re fu decapitato e arrivarono Robespierre, il Terrore, la ghigliottina, il giacobinismo, i 200mila morti vandeani colpevoli di non assoggettarsi ai valori imposti di “Liberté-Egalité-Fraternité. Conte come Luigi XVI? A settembre ci sarà il “redde-rationem”: le scadenze fiscali, la verità sul prolungamento della cassa integrazione e sulle decisioni prese proprio a villa Pamphili.

APERTO ALL’IMPOSSIBILE. Tanto per non smentire lo schema mediatico, orchestrato da Casalino, l’ultimo giorno degli Stati Generali, ha visto la presenza, sia fisica sia da remoto, di cantanti, attori, architetti, registi, scrittori (Tornatore, Baricco, Fuksas, Boeri, la Guerritore, Elisa); e citando Baricco, molto amato da certa sinistra, ha coniato una frase suggestiva, quanto astratta: “Abbiamo aperto all’impossibile il panorama della nostra mente, allargato all’impensabile il piano della nostra azione”. Un mix tra filosofia orientale e motivazionismo psicologico americano. I fatti? Le ricette? Ai posteri l’ardua sentenza. Per il momento niente proposte, solo indicazioni.

REIVENTARE L’ITALIA. Siamo nella prima o nella terza Repubblica? Quante volte i politici dicono di ripensare l’Italia? Dimenticando che se sono al governo, dipende unicamente da loro. E che fanno questi protagonisti? I grillini, dovevano fare la rivoluzione, rappresentare l’anti-casta, ma il loro bilancio è fallimentare. Sono diventati pure loro una casta. I sindaci pentastellati, un flop. I ministri hanno oscurato e negato tutte le battaglie che li hanno visti vincenti: dal No-Vax al No-Tav, per finire alla moralizzazione della politica, rimasta al palo. Per non parlare della giustizia. Il caso-Di Matteo è emblematico. Un’icona anti-mafia sfruttata per motivi elettorali e poi massacrata nei fatti. Il Pd, più che il rinnovamento, è sinonimo di casta storica, di continuità partitocratica e di bandiera della laicizzazione. Da “partito degli ultimi” (la tradizione della sinistra), a “partito dei primi”: le banche, la finanza, le lobby europee, il grande capitale. Tutti amici.

E Conte? Buono per ogni stagione. Dal gialloverde al giallorosso, ha saputo galleggiare abilmente in mezzo a ogni tempesta. Ma proprio a scapito dei contenuti. La liquidità può premiare all’inizio, ma alla lunga, penalizza. Si è comportato discretamente nella Fase-1 del Covid, ma la ripartenza per lui si annuncia pericolosa e complessa. E Draghi incombe. L’Italia non aspetta la bacchetta magica, ma scelte forti che implicano chiarezza culturale e politica. Quella chiarezza che a Palazzo Chigi non c’è. C’è solo tanta ambizione assolutistica. Quando Conte afferma che “non bisogna riformare l’Italia, ma reinventarla”, vuol dire che l’attuale Paese va buttato e ricostruito totalmente. Un guizzo da Re Sole, tipo “lo Stato sono io”.

OPPOSIZIONE. Abbiamo capito una cosa. Che il centro-destra non ha gradito la kermesse romana. La passerella. Ritiene che la sede istituzionale per discutere e proporre siano le Aule. Del resto, se la Repubblica parlamentare è la vera base della formazione dei governi, deve esserlo pure per le grandi costituenti. Sbagliato scegliere luoghi altri. E Conte, questo l’ha capito, al punto che ha tentato di dividere i suoi oppositori. Ha pensato di convocarli separatamente, insinuandosi nelle divisioni tra Lega, Fi e Fdi. Come noto, Berlusconi, fa parte della strategia di recupero.

ZANARDI. Tutto un fiorire di esaltazioni, inni, esortazioni al valore della vita. Al coraggio di non lasciarsi andare e di vincere le sfide. Insomma, la dignità, l’integrità e la sacralità della vita. L’esatto contrario di quella impostazione che porta direttamente all’eutanasia di Stato, tanto sponsorizzata dalla sinistra grillina e dai dem. Ma Conte come fa a conciliare capra e cavoli? Tradizione, religione, diritti naturali e laicismo, mistica dei diritti civili? La Cei, ad esempio, non ha gradito l’irrigidimento di Palazzo Chigi circa la riapertura delle cerimonie religiose, frenando sulla possibilità di costruire un partito moderato, cattolico, centrista proprio col premier. Per non parlare della legge sull’omofobia, per ora stoppata, che potrebbe tradursi in un cappio per i credenti, assertori della famiglia naturale, del diritto e centralità della vita, assimilandoli alla discriminazione e per logica, suscettibili di punizioni ideologiche.

ULIVO 2.0. E’ la via d’uscita di Conte, se le indicazioni degli Stati Generali dovessero restare aria fritta. Tramontata l’ipotesi di un suo partito personale, forte dei sondaggi che lo danno al 16%, preferisce giocarsi questo consenso per un progetto diverso e più articolato: guidare i grillini non governisti, verso sinistra, nel nome di un fronte riformatore a due gambe: il Movimento depurato dai puristi (Di Battista e soci) e il Pd.

Condividi!

Tagged