Recovery Fund, per l’Italia una “vittoria di Pirro”. Ecco perché

Politica

Alla fine l’accordo sul Recovery Fund è arrivato, c’è voluta un’altra notte di trattative e all’alba di oggi i ventisette rappresentanti dei Paesi Ue hanno messo la loro firma sull’intesa raggiunta.

Un’intesa che, come al solito, vede tutti contenti e soddisfatti, anche se come in tutte le mediazioni che si rispettino tutti, in un modo o nell’altro, hanno dovuto sacrificare qualcosa. Il premier Giuseppe Conre ha dichiarato: “Abbiamo conseguito questo risultato tutelando la dignità del nostro Paese e l’autonomia delle istituzioni comunitarie. Il governo italiano è forte: la verità è che l’approvazione di questo piano rafforza l’azione del governo italiano. Ora avremo una grande responsabilità: con 209 miliardi abbiamo la possibilità di far ripartire l’Italia con forza e cambiare volto al Paese. Ora dobbiamo correre”.

Il fatto è che pure i Paesi cosiddetti frugali, capeggiati dall’Olanda che hanno alzato le barricate per giorni contro le richieste dell’Italia si sono detti molto soddisfatti. E allora? Chi ha davvero vinto? E chi ha perso? E soprattutto, chi ha pagato e pagherà in futuro il prezzo più salato?Andiamo a scoprirlo con i contenuti dell’accordo.

Il Recovery Fund, o Fondo per la ripresa, ammonta complessivamente a 750 miliardi di euro all’interno di un bilancio europeo di 1.074 miliardi. Il fondo, che sarà finanziato con gli eurobond, prevede la distribuzione di 390 miliardi in sussidi a fondo perduto e 360 miliardi di prestiti. E qui emerge chiaramente la vittoria dei Paesi frugali che sono riusciti ad abbassare sensibilmente la quota degli aiuti a fondo perduto che nelle intenzioni della Francia e dei Paesi mediterranei sarebbe dovuta essere di 500 miliardi. E abbassando la quota dei sussidi, automaticamente si è alzata quella dei prestiti. Si dirà che è meglio di niente, ma intanto questo è un primo dato oggettivo, un punto a favore di Olanda e company.

Austria, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia hanno dovuto rinunciare ad imporre l’obbligatorietà del voto unanime per ciò che riguarderà la distribuzione dei soldi, tema questo che ha bloccato per giorni le trattative con il premier olandese Rutte che ne ha fatto una questione di principio. Niente voto unanime ma un intervento del Consiglio europeo laddove dovessero verificarsi deviazioni serie rispetto agli impegni assunti dai Paesi che riceveranno gli aiuti.

Per quanto riguarda l’Italia porta a casa in tutto 209 miliardi, di cui però 127 saranno concessi in prestito e i restanti 82 in sussidi. Il che vuol dire che la maggioranza delle risorse che arriveranno dovranno essere restituite. Il nostro Paese sarà inoltre “sorvegliato speciale”, nel senso che dovrà accettare un controllo e anche eventuali correzioni del percorso intrapreso qualora dovessero verificarsi scostamenti dagli impegni assunti. Una mini troika insomma.

La valutazione sul rispetto degli obiettivi fissati per l’attuazione dei piani nazionali sarà affidata al Comitato economico e finanziario (Cef) composto dagli sherpa dei ministeri delle finanze europei.

Le somme saranno distribuite a partire dal 2021 e fino al 2023 e la restituzione dei prestiti dovrà iniziare non oltre il 2027.

Ma come avverrà la distribuzione delle risorse? Ogni governo dovrà proporre alla Commissione europea un Piano nazionale di riforme essenziale per accedere al Recovery; la Commissione poi deciderà entro due mesi se accettarlo o meno sulla base del rispetto tassativo di alcuni criteri che per l’Italia coincideranno con riforme di comparti essenziali come quello pensionistico, del lavoro, della giustizia, della pubblica amministrazione, dell’istruzione e della sanità. Il giudizio della Commissione dovrà però essere ratificato anche dai ministri delle Finanze della Ue a maggioranza qualificata: altro contentito concesso all’Olanda in cambio alla rinuncia al voto unanime e al diritto di veto dei singoli Paesi.

Sempre Rutte è riuscito ad ottenere controlli lungo il percorso di avanzamento dei piani nazionali con una verifica del raggiungimento degli obiettivi quale condizione essenziale per ottenere le successive tranche. Controllo affidato appunto al Comitato economico e finanziario. Se gli sherpa accerteranno che gli impegni non sono rispettati il singolo Paese si troverà “sotto processo” al Consiglio europeo con il rischio di vedersi bloccare gli aiuti. Sarà comunque sempre la Commissione ad avere l’ultima parola, come richiesto dall’Italia e contro la proposta olandese di far decidere il Consiglio, cioè i soli capi di Stato e di governo.

Insomma chi guarda il becchiere mezzo pieno, chi lo guarda mezzo vuoto, appare evidente come alla fine l’Italia pur avendo portato i soldi a casa dovrà faticare parecchio per non farseli togliere. E considerando che le riforme richieste non sono proprio cosa da niente, ma anzi rischiano di provocare un forte impatto sociale come avvenuto in Grecia, c’è davvero poco da stare allegri e cantare vittoria.

Da segnalare infine che per dare il via libera all’intesa i “frugali” hanno ottenuto un aumento degli sconti ai versamenti al Bilancio comune 2021-2027. Alla fine insomma tutti felici e contenti pronti adesso a sottoporre l’accordo ai parlamenti nazionali. Ma è soltanto il primo passo di un lungo percorso che si annuncia tutt’altro che scorrevole.

 

Condividi!

Tagged