Usa. Ecco tutti i dogmi e gli inganni della nuova narrazione epica pro-Biden

Politica

“L’America ha scelto”; “Biden sloggia Trump”; “Trump licenziato; “Biden moderato, conciliatore, dialogherà con tutti”. E via dicendo.

E’ partita la narrazione epica che santifica Biden. In verità, il film è cominciato da mesi. E adesso, nonostante i risultati dubbi, le opacità e il mancato trionfo numerico (l’onda dem che avrebbe dovuto travolgere l’avversario), la trama è diventata debordante.

Come si costruisce un prodotto di successo, un leader prefabbricato, preparato dall’alto, destinato alla vittoria? Innanzitutto, avendo dalla sua, media, lobby che contano, apparati economici, mainstream culturale. E Biden questo mondo lo ha sempre avuto dalla sua parte. Lui stesso è espressione e portavoce di quei settori e dell’ideologia che li accomuna. Perfettamente in linea infatti, col totalitarismo laicista, la globalizzazione economica, il liberismo riverniciato di buonismo, socialità, il mito delle differenze etniche e l’accoglienza come mantra.

Tutte idee e paradigmi che Trump, con la sua gestione, ha rovesciato: primato antropologico sui temi etici (la lotta all’aborto, alle lobby Lgbt), forte opposizione all’immigrazione clandestina, liberismo-protezionistico, sovranismo, prima gli americani, prima il lavoro americano, e scontro frontale con tutte le caste (dem): dall’economia ai giornali, al cinema.
Se Trump ha introdotto un nuovo linguaggio politico, basato sulla contrapposizione (la personalizzazione del nemico, la pancia), ora con Biden tornerà obbligatoriamente il linguaggio della ragione, della “forza tranquilla” (leggere i titoli e i commenti sui giornali), concetti cari al cosmopolitismo liberal e radical.
Basta decodificare le sue prime parole da vincitore. Il discorso che ha pronunciato, dichiarandosi “onorato della vittoria”, è tutto un rifiorire di comunicazione progressista, mondialista, umanitaria, conciliatrice, volta alla pacificazione (ha tre spine nel fianco: gli sgambetti politici e giudiziari di Trump, l’ala estremista impersonata dalla sua vice Kamala Harris e il Senato repubblicano). C’è, da parte del mainstream, la voglia di seppellire in fretta il trumpismo. Inteso come incidente della storia, irruzione dell’irrazionale nella tradizione classica democratica Usa. Adesso si ripartirà sul serio.

E tutti i media mondiali, le istituzioni, i leader (in primis, la Ue), hanno intonato la stessa canzone. Non solo esaltando la coppia perfetta (lui saggio, lei giovane, lui traghettatore moderato, lei più radicale, lui gentiluomo, lei simbolo della libertà e della tolleranza, “un’ispirazione per ogni ragazzina nera”), ma addirittura già individuando e prefigurando i prossimi quattro anni di Biden; quali programmi e quali indirizzi seguirà: il verde (l’accordo di Parigi da riproporre), la pace, i diritti, la sanità, la lotta giusta al Coronavirus e la guerra alla Cina (ma lui non era pro-Cina?).

Insomma, siamo di fronte (febbre che crescerà sensibilmente) all’eroica narrazione democratica, che ama la forma, lo stile, le dichiarazioni messianiche, ideologiche, magari dimenticando o sorvolando sulla sostanza dei numeri, a partire da quelli economici, o sulla verità circa le vere disuguaglianze. Ma ciò che conta, tanto per cominciare è il vestito di lui, da perfetto uomo inglese, il vestito di lei, bianco, come il vessillo parlamentare delle femministe. Una tecnica di comunicazione, molto usata dai governi dem, pure in Occidente. Che vuol dire in pratica, diritti civili usati come spot, depistaggio per non rispondere dei diritti sociali ed economici, calpestati proprio dalle caste liberal e radical, che dominano.

Leggere i telegrammi di auguri della presidente della Ue e dei capi di governo, è quasi divertente. Sembra appartengano tutti allo stesso club o alla stessa famiglia. Che differenza rispetto al “mostro” Trump, accolto allora, con freddezza, amarezza, rabbia, in quanto simbolo di un modello, il sovranismo, che con lui usciva dall’opposizione per diventare formula vincente di governo, cambiando il corso dovuto della storia. Subito seguìto da altri paesi (la Brexit in Inghilterra), e la forte avanzata dei partiti sovranisti in Occidente.
Per caso, qualcuno ricorda le manifestazioni dei “paladini americani della democrazia”, che a suo tempo, quattro anni fa, scesero in piazza, con violenza, quasi con la medesima virulenza, stile-sommossa, che ha caratterizzato le manifestazioni pro- Floyd (altro che mobilitazione antirazzista, era unicamente una grande operazione anti-Trump, gestita dai sindaci democratici), contestando da “vestali della democrazia”, i risultati democratici delle libere elezioni?

E allora, dobbiamo dirlo chiaramente: anche il legittimo tentativo di Trump, di approfondire e verificare eventuali irregolarità e brogli nei voti, è democrazia. Non come viene rappresentato: un modo grottesco e patetico di restare aggrappato ad un potere tirannico. Un diritto tra l’altro, appoggiato e condiviso da cittadini che vogliono la verità (la metà degli Usa), e non unicamente da pazzi o da milizie bianche armate e pericolose.
Ecco la forza dell’ideologia imperante, del pensiero unico.
Che mette al centro il bene (Biden, le sue idee, il suo mondo) e dall’altra parte, il male (tutto ciò che incarna Trump).

E ancora: oltre alla narrazione epica cui stiamo assistendo, i media e gli osservatori tanto “obiettivi e generosi”, stanno prevedendo pure l’eventuale debolezza futura di Biden, probabilmente indebolito dal “dittatore, dallo psicopatico, il sessista, il razzista, il primatista bianco, il corrotto”: se il nuovo presidente americano non dovesse carburare, sarà colpa dei repubblicani, che hanno in mano il Senato. Come dire, è sempre colpa degli altri, del nemico, del male. Pure questa è intolleranza. Forse più spietata, perché mascherata da democrazia, tolleranza.

Comunque finirà questa vicenda americana (la strategia giudiziaria), la verità non si può ignorare: il trumpismo incarna il Dna dell’America profonda, identitaria, conservatrice e popolare (e non solo bianca, visto il consenso di Donald presso i ladinos). E rappresenta la conferma della categoria “alto-basso” (popoli vs caste, identità vs globalizzazione, sovranità contro finanza apolide); un sentiment che, affrontando il Coronavirus, ha rovesciato anche lo schema dello “Stato etico-sanitario”, imposto e non discutibile in Occidente: ossia, non il primato della salute sulla libertà e l’economia, ma le tre cose sullo stesso piano, affrontando a viso aperto e non subendo o rincorrendo, il virus. Come facciamo noi.

Guarda caso, nelle contee colpite maggiormente dal virus ha vinto Trump (Montana, Nebraska, Kansas, Iowa, Wisconsin). Non è un messaggio inequivocabile? Ma il mainstream ha pronta la risposta inattaccabile: si sono infettati proprio perché irresponsabili, alla Trump, non hanno girato con le mascherine. Lo stesso mainstream che ha fatto pubblicare gli ottimi dati sull’economia e sull’occupazione, tutti dati pro-Trump, solo ieri. E che in queste ore stanno silenziando le repliche e le dichiarazioni dell’ex presidente relative alla sua strategia giudiziaria (l’epica pro-Biden non può essere macchiata).

Il Corriere della sera riporta perfino i giornalisti cult-Usa che hanno violato il diritto alla corretta informazione (spegnendo le dirette dei discorsi di Trump, commentando con esternazioni totalmente faziose la sua tenuta, sciorinando epiteti eccessivamente negativi verso la sua persona), dipingendoli come partigiani della libertà: Jake Tapper (Cnn), Bret Baier (Fox News), George Stephanopoulos (Abc).
Fa bene o non fa bene Trump a mettere in piedi una sua tv?

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