Effetto-Raggi. Ripartono i giochi per Roma. Di Maio e Zingaretti in crisi

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Notizia allarmante: è sbarcato a Roma l’ultravirus (un ricoverato al Celio), l’ultima variante del Covid19. Molto più contagiosa. E arriva dalla Brexit, segno che il virus è trasversale, ultrademocratico, né di destra, né di sinistra, né europeista, né sovranista. Colpisce tutti, potenti e popolino, in egual misura.

E l’altra notizia è che l’ultravirus si chiama Virginia Raggi, e rischia di contagiare in modo veloce il quadro politico, romano e nazionale. Costringendolo a nuove cure e nuovi vaccini.
A pochissime ore dall’assoluzione in Appello, ha già ottenuto lo scopo di scompaginare i tanti giochi che in molti, a cominciare dal suo stesso partito, avevano fatto sulla sua pelle, sicuri di una sua irreversibile dipartita politica. Condannata ad un triste dimenticatoio.
Di Maio ora ha un problema in più. La piattaforma Rousseau aveva legittimato la possibilità di accordi riformatori o riformisti (col Pd e liste civiche), sia eventualmente per le future elezioni politiche, sia per le amministrative di Roma.
Ma il punto di accordo con Zingaretti era e continua ad essere, pure adesso, se non intervengono fatti nuovi, un nome che non sia la Raggi. E’ ovvio che ora salti, o quantomeno si complichi tutto.

E come si metterà Zingaretti? Se Di Maio è in difficoltà (la sindaca è appoggiata da Di Battista, dalla Lezzi), e sta risalendo la china nei sondaggi, il capo dem è in bilico tra questo niet, che deve restare niet (altrimenti perde la faccia), e l’ombra minacciosa di Calenda, il quale sperava in un’alleanza inedita, della serie, laboratorio capitolino, tipo Ulivo2.0.

Invece, ogni partita è in alto mare. Zingaretti dovrà interpellare il suo stato maggiore, ricorrere alle primarie. I nomi che girano sono sempre gli stessi: Andrea Riccardi, Roberto Morassut, Fabrizio Barca, Marianna Madia. Mentre Paolo Gentiloni e David Sassoli, si sono dichiarati indisponibili. Utopico e pericoloso pensare al ministro Gualtieri, come risorsa preziosa: sarebbe un vulnus per il governo Conte, già indebolito per lo sforzo di tenere unita la maggioranza giallorossa. Dopo le affermazioni di Rosato (Iv), Palazzo Chigi attende il prossimo incontro previsto per il 10 gennaio, come una sorta di ultimatum. Del resto, Renzi se ne intende di prodotti con la scadenza certificata.

E Calenda continua la sua marcia solitaria, confidando di smottare la sinistra e prendere in aggiunta, i voti della parte moderata di Roma. Di fronte alla possibilità di ritirarsi, ha detto chiaramente che “non esiste proprio. Il Pd ha il diritto di fare le scelte che vuole, ma io non faccio dipendere le mie da quelle degli altri”. Effetto-Raggi.
Se il centro-sinistra soffre, il centro-destra non sta meglio. L’ipotesi Bertolaso resta in piedi, ma le diplomazie di Lega, Fdi e Fi, sono al lavoro per trovare la quadra e cucinarlo a fuoco lento. Un impegno celato, infatti, da parole tattiche, che nascondono pregiudiziali vere e veti incrociati. Qualche esempio? “Bertolaso è un bravo tecnico, ma la città deve essere governata”, oppure, al contrario, “con Bertolaso si vince, ma non si governa”. E ancora: “Ci sono altri nomi (frase della Meloni)”; “stiamo lavorando per una squadra competitiva (Durigon)”.
Schermaglie a parte, i candidati-sindaco, comunicati finora all’esterno (Rampelli, Colosimo, Gasparri), appartengono unicamente a questa logica. Servono per piazzare le bandierine. Ma non sono le vere scelte.
Se son rose s-fioriranno.

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