Scuole. Riapertura senza idee e senza lotta. Biografia di una generazione apolitica

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Oggi, giorno di riapertura delle scuole, anche a Roma e nel Lazio, ho voluto fare un giro per licei, con l’unico scopo, quello di vedere l’aria che tira. Per capire, se da parte degli studenti esiste, resiste ancora, una pallida coscienza politica, dettata da una residua passione civile, da un piccolo motivato impegno culturale, ideologico o altro; oppure se prevalgono l’indifferenza, il nichilismo, la rassegnazione, l’amarezza del futuro, il rifiuto di pancia verso qualsiasi forma organizzata. E per vedere, infine, se c’è, se sopravvive in loro una sensibilità “contro”: anti-sistema, anti-governo, in questo caso, nei confronti di Conte.

I giovani di solito, nella storia, sono sempre stati all’opposizione: contestatori, alternativi, rivoluzionari, al massimo, riformisti. Da decenni invece, salvo frange estreme di destra (Blocco studentesco) o di sinistra (centri sociali), sono diventati conservatori. Conservatori dello status quo, che per quanto riguarda la scuola, vuol dire, difesa della scuola pubblica, cosi com’è, e ostilità pregiudiziale nei confronti di qualsiasi modernizzazione, bollata come ricetta liberista e scuola per ricchi, e quindi, di classe.
Che pena vedere quei famosi decreti delegati che sono stati lo spunto, negli anni Settanta e Ottanta, di cruente lotte interne alla scuola, trasformarsi in arene solo per discutere di lampadine, banchi, alternanza scuola-lavoro, gite e norme igieniche.

E oggi, la sensazione è stata confermata. In molti sono scesi in piazza solo per tornare in classe, “ma in sicurezza”. Per carità, temi giusti, legittimi, ma estranei a qualsiasi rivendicazione forte e complessiva, cosciente del momento storico che stiamo attraversando.
Ciò che mi ha più colpito, durante la pandemia (che non si è esaurita) e la sua gestione politico-sanitaria, è stata, e continua ad essere, l’incapacità da parte degli studenti di cogliere i nessi; come se mancasse loro un paradigma, un parametro entro il quale e grazie al quale capire o no, se stiamo dentro un Regime-Covid, se i partiti sono all’altezza di questa emergenza, se ci sono valori o meno da affermare o difendere; e se per caso, dall’effetto-pandemia si sta costruendo la società del futuro e se in questo i giovani saranno protagonisti o spettatori di una modernità liquida, laicista, globalista, digitalizzata, green economy, che vedrà la scomparsa di tutti i luoghi fisici della rappresentanza, della relazione, della comunità, del lavoro, della polis. E ancora registro un no. L’unica reazione dei giovani è stata all’insegna di una libertà fisiologica: il diritto di bere, uscire, diritto alla movida etc. Una mera pulsione dell’io senza contenuti.

Per il resto, la polemica di oggi, è sempre interessante, ma piuttosto bassa. Quei pochi studenti che hanno scioperato, manifestato e non sono entrati in classe o sono rimasti a casa, seguendo le lezioni da remoto, l’hanno fatto per i tamponi rapidi, i termo-scanner mancanti, gli impianti di aerazione che non ci sono, i professori che latitano. E i servizi di trasporto che non evitano gli affollamenti. Con tanto di famiglie che si preoccupano per la salute loro e dei loro figli.
Mammoni, familisti, col mito del privato, rischiano di adeguarsi a qualsiasi regime.

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