Inauguration-Day. Il Vangelo secondo Biden e il diavolo Trump

Politica

Naturalmente tutti i media mondiali in diretta sulla rete, prima di scriverne, nero su bianco, hanno elogiato, esaltato in partenza, a priori “il Salvatore americano”. Quello che farà uscire gli Usa dal Medioevo di Trump e dalla sua illegalità antidemocratica. L’uomo nero del muro, dell’arroganza; quello che ha bloccato i diritti civili e sta dalla parte dei razzisti bianchi.

Tutto l’Occidente, del resto, ha sempre considerato l’esperienza populista-sovranista del Tycoon, come un incidente di percorso, in attesa di ripristinare la normalità. Ma quale? Quella laicista, radical, liberal, che da ora in poi, attraverserà il mondo come un fiume in piena, nel nome di una narrazione vincente e religiosa: un nuovo pianeta, libero, giusto, civile, umanitario, tollerante, ambientalista, solidale. Che inevitabilmente sorgerà dalle rovine della pandemia. Quando l’umanità ne uscirà e riuscirà a sconfiggere il Covid19.
Biden, dunque, ha giurato ieri come 46esimo presidente. Senza il passaggio di consegne istituzionali, dato che il suo antagonista si è volatilizzato. In pratica, l’ha delegittimato.

Ecco le frasi da Vangelo che il nuovo presidente ha detto. Le riprendiamo, tentando un decoder libero.
“Il popolo ha parlato, la democrazia ha prevalso. Sarò il presidente di tutti gli americani. Uniamo il Paese, fatelo con me”. Segno evidente dei suoi timori e che il paese resta diviso, e mantiene inalterati i suoi dubbi sulla liceità del voto. Si tratta dei milioni e milioni di americani che hanno votato per Trump e continuerebbero a farlo (se Trump se ne è andato, il trumpismo è destinato a proseguire). Anche se non tutti gli elettori repubblicani, va ammesso, hanno gradito l’assalto al Campidoglio, il “luogo sacro della democrazia”. L’hanno percepito come un vulnus che ha attenuato, ridimensionato, l’immagine positiva che il loro capo aveva ottenuto, grazie ai risultati ottenuti soprattutto a livello economico.

E ancora. Dal Vangelo secondo Biden: “Ora unire il Paese, fatelo con me. Oggi tutta la mia anima è in questa cosa, nell’unire il nostro popolo: chiedo a tutti gli americani di unirsi a me in questa causa. Uniti contro i nemici che affrontiamo, l’odio, l’estremismo, l’illegalità violenta, le malattie, la disoccupazione, la mancanza di speranza: con unità possiamo fare cose importanti”.
In pratica, la riproposizione stantia del solito decalogo enfatico “della libertà umanitaria”. Che poi è la conferma di un programma progressista, già interpretato da Obama e dalla Clinton.
“Sarò il presidente di tutti gli americani, mi batterò anche per coloro che non mi hanno sostenuto”. Sembra difficile. Un’unità subito seguita da un distinguo puramente ideologico: “Vinceremo sul suprematismo bianco e sui terroristi interni”. Ma va?
E poi: “Il virus ha fatto più vittime di quanti americani sono morti nella Seconda Guerra Mondiale. Possiamo batterlo”.
Della serie, “tutto andrà bene”, “faremo la cosa giusta”. Il consueto mantra Usa.

Oltre alle parole, anche i fatti, i simboli del giuramento si commentano da soli. Sanciscono un cambio di paradigma: dopo Lady Gaga, che ha cantato l’inno nazionale, sul palco Jennifer Lopez, si è esibita in un medley di ‘This land is your land’, la celebre canzone di protesta Woody Guthrie e della più tradizionale ‘America the beautiful’.
Solenne anche il giuramento dell’icona laicista, la vice presidente Kamala Harris. Tutto secondo copione e con quei personaggi del cinema, della tv e del politicamente e culturalmente corretto che Trump ha sempre osteggiato e considerato come casta negativa, non rappresentativa del vero popolo americano.

E il presidente uscente? Ha guardato l’inizio inaugurazione a bordo dell’Air Force One. Come abbiamo detto, non ha presenziato il passaggio, unico assente tra gli ex presidenti: Bill Clinton e Hillary, George W, Bush e Laura, Barack Obama e Michelle.
I prossimi mesi vedremo quanto di questo Vangelo sarà applicato nella realtà. Ci riferiamo alla Cina, alla gestione del virus, alla sicurezza, all’economia.

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Fabio Torriero
Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione