Governo. Morta la terza Repubblica siamo ora in bocca al Draghi

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C’era da aspettarselo. La determinazione con la quale Renzi ha imposto la crisi, ha fatto saltare il tavolo tematico di Fico, mettendosi di traverso sui contenuti e sui nomi dei ministri possibili e mandando di fatto personalmente a casa Conte, è stata quanto meno singolare, se non sospetta.

Il gioco era già apparecchiato da tempo. Le parole del presidente della Repubblica prima (“la necessità di un governo di alto profilo”), e l’immediata convocazione di Draghi al Quirinale poi, senza un passaggio intermedio, almeno una notte di riflessione, confermano l’assunto.
Ed è evidente che Draghi, da preziosa riserva della Repubblica, non avrebbe mai accettato di essere coinvolto, senza garanzie. Segno di un’operazione istituzionale, come detto, che parte da lontano.

L’accettazione “con riserva” prefigura, però, una prassi che deve necessariamente tener conto di una minima dialettica parlamentare: l’ascolto degli obiettivi del nuovo governo e il confronto sul programma in Aula.
Una cosa è certa: ormai per l’Italia si apre un nuovo capitolo, finisce la Terza Repubblica e comincia un’era alternativa.
Terza Repubblica, iniziata all’insegna della moralizzazione della vita pubblica, dell’anti-casta, delle nuove categorie (alto-basso al posto di destra-sinistra), del populismo mediatico e politico, ma soprattutto caratterizzata da un’estrema liquidità e fluidità di schemi e formule: che il contratto gialloverde e l’esperienza giallorossa, hanno ampiamente dimostrato.

C’è da notare, che ogniqualvolta c’è una falla di rappresentanza nel sistema democratico, la nuova classe dirigente è peggiore di quella precedente. Questo è un indubbio e oggettivo dato storico.
Così è stato per la seconda Repubblica, che dopo Tangentopoli ha visto affermarsi gli uomini “da bar” (la Lega), gli uomini di sezione (la destra) e d’azienda (Fi). Così è stato pure per la terza Repubblica: giovani spesso senza preparazione, emersi dalla società civile, dalle piattaforme, senza arte né parte, figli dell’uno vale uno, dell’invidia sociale, della più totale mancanza di sensibilità e cultura politica. Ma uno “non vale uno”.

La competenza, la meritocrazia, l’esperienza non si improvvisano. E con la democrazia diretta il popolo sceglie Barabba, non Gesù. E il risultato di grillini e tanti, troppi, dilettanti allo sbaraglio, si è visto. Lo abbiamo pagato sulla nostra pelle. Un flop: Conte compreso, frutto di un tardo-democristianismo-camaleontico, che ha galleggiato tra esperienze governative le più distanti e incompatibili, sempre nel nome del potere, usufruendo anche di un clima a lui favorevole, causato dalla pandemia e dal terrore mediatico che ha saputo sfruttare al meglio (immagine napoleonica costruita a tavolino da Casalino).
E ora sia Conte, sia Casalino, sia i grillini, sia i dem, che si sono allacciati a Palazzo Chigi per mera paura di Salvini, sono andati tutti a casa.

Ora siamo “in bocca al Draghi”. Che naturalmente dovrà passare per il consenso parlamentare. Ma la prospettiva che si profila è un governo tecnico, con ministri di area accademica, non partitica.
Che vuol dire? Tutto e il contrario di tutto. Il nuovo premier sarà l’uomo delle multinazionali, l’uomo che ha svenduto la nostra sovranità economica e politica? Sarà un Monti-2, anche lui già chiamato “Super-Mario”? O sarà il garante di una nuova mediazione tra Italia e Bruxelles? Esattamente come si è comportato (da indipendente), in qualità da governatore della Bce, salvando i nostri titoli di Stato?

Su temi come il Recovery, le politiche economiche, certamente, se il suo governo prenderà il via, ci sarà un’autostrada rispetto alla Ue. Anzi, sarà un tutt’uno. E sicuramente registreremo uno stop anche alle politiche laiciste (tipo Legge Zan), che il governo giallorosso stava imponendo nonostante l’emergenza sanitaria. Ma sui provvedimenti economici ci sarà da fare attenzione: come gestirà la crisi? Le categorie e le famiglie in enorme difficoltà, grazie ai Dpcm di Conte? Come gestirà le cartelle esattoriali, la fine del blocco dei licenziamenti, la mancanza di soldi per la cassa integrazione?

E, infine, quali partiti lo appoggeranno? Vediamo la mappa ipotetica: Pd, Leu e Iv per il sì; Fi pure. Se i grillini, come pare, si spaccheranno, diverranno fondamentali i voti della Lega, attualmente divisa tra fan del sovranismo puro e duro, e fan delle posizioni collaborazioniste di Zaia e Giorgetti (con Salvini costretto a fare sintesi: forse la strada più giusta è l’appoggio esterno, contrattando temi e battaglie).
All’opposizione resterebbero pezzi dei grillini e Fdi, che se da una parte, potrebbero rappresentare in prospettiva, tutte le proteste anti-Draghi; dall’altra, condanneranno milioni di persone a restare dentro una bolla mediatica, impolitica da spot ideologico. E poi, due anni, il tempo che va da ora alla fine della legislatura, per la Meloni, può essere un’eternità. Uno spazio per diventare la leader numerica del centro-destra, o la responsabile della sua definitiva emarginazione.

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