Draghi. Il governo dei migliori che rende migliori dem, sovranisti e grillini

Politica

Draghi ha già fatto capire a tutti chi comanda e come si comanda. Sono passati pochi giorni dall’addio di Conte e presso gli ambienti blasonati, da Palazzo Chigi ai media, tira un’aria totalmente nuova. Una vera e propria discontinuità, rispetto alla stagione napoleonica, orchestrata da Casalino. Il premier incaricato, non fa conferenze stampa, non allaga le redazioni di comunicati, non concede interviste, non posta messaggi e tweet.

Sobrietà, stile e solidità di contenuti, nessuno sconfinamento tra immagine pubblica (solo quella) e immagine privata (totalmente riservata), sembrano essere le regole a cui dovremo virtuosamente abituarci d’ora in poi.
Segno che, nel giro di pochi giorni, è stato archiviato il “populismo politico” che ha caratterizzato la terza Repubblica. E insieme a lei, parlamentari improponibili assisi su scanni importanti; parole, modi di comunicare, approcci istituzionali esclusivamente tarati al consenso liquido e volubile. Senza preparazione e visioni alte.

L’ennesima capriola dei grillini lo dimostra chiaramente. C’è voluta tutta la pazienza di Grillo, ormai un guru per ogni stagione, per impedire la frantumazione irreversibile di un Movimento in perenne crisi. Solo se arriverà Conte, a pompare un po’ di ossigeno, per i 5Stelle si prevede un recupero elettorale, che al momento pare difficile.

Dunque, fine del populismo politico, ma anche del sovranismo leghista. Una fine annunciata. Da mesi si registrava una certa svolta centrista, moderata, verso quel Ppe, considerato la nuova casa per la Lega3.0. Ma fino all’arrivo di Draghi, tale percorso sembrava appalto unicamente di Giorgetti e dei governatori del Nord, Zaia in primis. Con l’uomo della Bce, Salvini ha avuto l’occasione storica per fare sul serio, confinando a rango di testimonial simbolici i vari Borghi, Bagnai e Rinaldi, per quanto riguarda l’euroscetticismo, e le frange più identitarie e nazionaliste del suo partito. E l’ha sfruttata. Salvini ha deciso di entrare nel governo di ricostruzione nazionale, compiendo un ennesimo atto di coraggio e spavalderia, dopo il primo tentativo andato male con i grillini: l’esperienza gialloverde. Abbandonando quella tattica, quella via di mezzo, condizionata dalla paura di non restare scoperto a destra (i consensi leghisti andati alla Meloni), e al centro, da un Berlusconi, tornato in auge grazie al suo spirito collaborazionista, prima per ragioni di emergenza pandemica, ora economica.

L’ingresso di Salvini a Palazzo Chigi, naturalmente sta creando scompensi a sinistra. Zingaretti sperava nella continuazione del governo giallorosso, più centristi, responsabili e al massimo Fi: un governo Ursula, nel nome dell’europeismo. Adesso, invece, dovrà fare i conti con la Lega.
Proprio per questo, ha tentato di imporre a Draghi un binario: l’omogeneità del governo, per rendere più efficaci i provvedimenti che sarà chiamato a varare, per gestire il Recovery, far riprendere l’economia.
Trappola a cui non è cascato Draghi. Il suo metodo vale per tutti: competenza e priorità dei contenuti. Fine dello schema “destra-sinistra”.

Certo, bisognerà vedere, nel costruire la sua squadra, quanto sarà grande la forchetta tra la componente tecnica e la componente politica.
Ma quello che è sicuro, è che non ci saranno ricette ideologiche. Solo grandi idee economico-finanziarie. Draghi non sarà il clone di Monti. Quest’ultimo fu chiamato a tagliare, Draghi a risollevare l’economia.
Insomma, un quadro in progress, con un’unica certezza: la Meloni all’opposizione “costruttiva”. Fdi non daranno la fiducia, ma valuteranno le risposte di Palazzo Chigi, caso per caso. Un’ipoteca su quel 30% di italiani che non si riconoscono e si riconosceranno nella nuova maggioranza draghista.

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Fabio Torriero
Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione