Qualcuno dica a Zingaretti che il PD è il vero sconfitto dell’operazione Draghi

Politica

di Massimo Spread

Le avevano ingoiate tutte, quelli del PD, pur di formare un’alleanza di governo stabile con il M5S. Avevano dimenticato gli insulti ricevuti per anni da Grillo e Dibba, marginalizzato la già di suo poco rilevante corrente riformista (favorendo la nascita di Italia Viva), accettato il giustizialismo “fine pena mai” di Fofò Bonafede, persino abbandonato il Ministero che si dovrebbe occupare del futuro del Paese (quello dell’Istruzione) nelle mani di una che, invece che a insegnanti e programmi, ha pensato solo ai banchi a rotelle.

Tutto questo per consegnare poi le chiavi del Paese a un governo in cui la golden share politica è appannaggio del neo europeista Salvini e quella tecnica di un capo del governo il cui programma, improntato su riforme e investimenti più che sull’assistenzialismo, è sicuramente più vicino alla visione berlusconiana dell’Italia che a quella piddina.

Zingaretti ormai è un pugile suonato i cui colpi vanno tutti a vuoto. È passato nel giro di due giorni dal barricadero “O Conte o il voto” a un più misurato ma pur sempre orgoglioso “Sì a Draghi ma senza Lega”, passando per il dimesso “Sì a Draghi con la Lega ma contiamo di più noi” per concludere con un esasperato “Sì a Draghi basta che ci lasciate in pace”. La dirigenza del partito ha dimostrato di essere del tutto impreparata a fronteggiare il cambio di scenario, ed è l’unico partito – oltre a un M5S ormai allo sbando totale – a dare l’idea di non sapere in alcun modo come contribuire alle sfide che il nuovo governo dovrà affrontare.

Finisce così che il capolavoro di Renzi potrebbe divenire davvero quella rottamazione del PD come lo conosciamo, cosa che non gli era riuscita quando si trovava dentro il partito. Compito improbo perché da sola la sinistra non riesce mai a riformarsi, preda com’è della “sindrome di Voltaire”, ovvero la pretesa di incarnare religiosamente il bene, come spiegato oggi da Fabio Torriero nel suo editoriale (LEGGI QUI). Per cambiare ha sempre avuto bisogno di shock esterni; basti ricordare che servì il crollo dell’URSS per convincere l’allora PCI ad abbandonare un paradigma comunista già fallito da decenni.

Ora la scossa è arrivata tramite una pandemia che ha ribaltato tutti i dogmi dell’Unione Europea a trazione “frugale”, convincendola alla mutualizzazione del debito e a una stagione di spese che la sinistra italiana non poteva gestire perché l’unico utilizzo che conosce del denaro pubblico è la distribuzione a pioggia, non certo il suo impiego per moltiplicarlo.
Chissà che questo nuovo shock non consenta al PD quella presa di coscienza verificatasi già cinquant’anni fa nella sinistra tedesca e 25 anni fa in quella britannica: che senza crescita alla lunga non c’è benessere per nessuno. Dubitiamo però che sia l’attuale classe dirigente del partito, che ha spalleggiato i grillini nelle peggiori politiche sprecasoldi mai viste (cashback, lotteria degli scontrini, reddito di cittadinanza), a essere in grado di realizzare il cambiamento.

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