Draghi. Zingaretti e l’incubo Salvini: la necessità di non perdere la base dem

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Della serie, “come ti sbaglio comunicazione”. Sicuramente il governo Draghi impegnerà partiti ed economisti, esperti e osservatori, a fare un nuovo, difficile, complesso, cambio di paradigma. Già l’ex numero uno della Bce ha di fatto imposto uno scompaginamento degli schemi non da poco. Nello stile, nei metodi degli incontri, negli approcci con i leader, nei contenuti, nella sua comunicazione radicalmente opposta a quella dell’avvocato del popolo.

Per non parlare delle categorie politiche. Se con la prima Repubblica c’era “centro contro sinistra”, con la seconda Repubblica “centro-destra” contro “centro-sinistra”, con la terza abbiamo avuto “alto-basso”, popoli contro caste, identità sovrane contro mondialismo; ora? Adesso che siamo dentro un ennesimo, altro, “nuovo periodo”, sulle ceneri sia del globalismo, ma anche del populismo e del sovranismo?

E’ presto per dirlo: “post-sovranismo” (nella versione moderata, nella direzione forse di un sovranismo europeo), e narrazione umanitaria, planetaria, laicista, ecologista, alla Biden, imperverseranno, affrontandosi in cagnesco. Vedremo chi vincerà. Non sappiamo se sarà il migliore. Forse sarà solo il più potente. Con Draghi sembra tornata, infatti, l’era dei tecnici, dei competenti, dei poteri forti, che di fatto hanno commissariato in passato e sembrano commissariare oggi, almeno per qualche tempo, sia la politica, per evidente incapacità di una classe dirigente di impreparati e demagoghi, sia i “soloni in camice bianco”, le star della pandemia, che hanno allagato salotti tv e istituzioni, sulle ali del terrorismo sanitario.

Ma i partiti (o la loro parte residuale), ora tutti ammucchiati, nella nuova maggioranza “verde-giallo-rossa”, o “maggioranza Recovery”, o “governo di ricostruzione nazionale”, non riescono ancora ad adeguarsi alla rivoluzione “post-contiana”.
La prova provata? Zingaretti, circa la conversione di Salvini sulla via di Damasco, ha detto che finalmente “la Lega ci dà ragione”. Una frase formalmente scontata, che appartiene alla normale dialettica politica, ma che nasconde ancora dei vulnus ideologici e che portano indietro la lancetta della storia agli anni Settanta. Dna da cui la sinistra non è mai definitivamente uscita. Quando non ha più nulla da dire, evoca il mostro, lo spettro fascista, declinato in berlusconismo o salvinismo, che dir si voglia.

Anziché accogliere il passo in avanti della Lega, Zingaretti ha ribadito la solita “sindrome di Voltaire”: la pretesa di incarnare religiosamente il bene, la democrazia, l’etica, la morale, la giustizia, la cultura etc.
Ergo, la sinistra è e intende restare, “il centro di gravità permanente”. E’ il bene, la verità, è la forza politica che ha sempre ragione, anche quando ha torto; che vince anche quando perde. E se non dà la colpa a sé stessa, ribadendo la sua autoreferenzialità (le divisioni interne), se la prende con l’esterno, il capro-espiatorio (il popolo che diventa plebe se sceglie un’altra idea, o le tv di Silvio che ingannano, turlupinano la gente). Del resto, il bene non può perdere. E il male non può vincere.

Quindi, Salvini ha sbagliato finora e ha capito i suoi errori. L’europeismo venduto come nuova categoria etica, ha funzionato. E il messaggio del leader dem, è stato pensato anche per la sua base, per farle ingoiare il rospo leghista. Un’apertura a Draghi sottoposta, però, a condizione: “Attento – ha detto Zingaretti al premier incaricato – una maggioranza ampia non vuol dire necessariamente stabilità”. Tradotto, ti diamo subito la fiducia, ma poi sulle ricette, sui provvedimenti, bisogna vedere (se ti avvicini a Salvini, sono guai). Il che denota, ancora una volta, un’impostazione ideologica, tarda a morire, venduta come importanza di costruire una maggioranza politicamente “omogenea”. Che nelle intenzioni del governatore del Lazio, doveva essere la continuazione della maggioranza giallorossa, più pezzi di Fi e centristi-responsabili.

E Salvini? Non ha risposto per le rime, come avrebbe potuto, ma ha affermato di essere un “pragmatico, un concreto, lasciando agli altri le etichette”. Sbagliato. Pragmatismo significa relativismo. La Lega, già da mesi, ha avviato un percorso moderato, europeista, vicino al Ppe, grazie all’azione di Giorgetti (si pensi al protocollo firmato con la Csu bavarese). E non solo per recuperare quei segmenti di elettorato che una politica estremista avrebbe allontanato ulteriormente. Percorso autentico, strategico? Saranno i fatti a chiarirlo. E comunque Salvini ha sbagliato risposta. Poteva replicare con ironia.
Al massimo poteva fare una battuta: “Noi siamo europeisti per finta? Voi del Pd non siete più di sinistra da decenni”.

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