5Stallo. Nel Di Battista mix tra Saviano e Andreotti la metastasi del Movimento

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Da una parte, 41 espulsi che chiedono la testa di Crimi e che adesso se la vedranno con le ire dei probiviri. Incombe su di loro la scure di Robespierre-partito, che li accuserà di lesa maestà.

Quale reato gravissimo? Non hanno votato la fiducia a Draghi, scelta imposta dall’alto ai gruppi di Camera e Senato, nel nome di una liquidità stratosferica che ha caratterizzato l’ultima fase del “grillismo di governo” (capo indiscusso del trasformismo, Di Maio), venduta agli elettori, come “impegno sui temi e non fedeltà alle formule”. Anche perché di formule il Movimento ne ha cambiate parecchie. Digerite e tutte indigeste, rispetto alle sue motivazioni originarie che lo hanno portato ad avere il 30% dei consensi alle ultime elezioni ed essere il primo partito come rappresentanza parlamentare. Nell’ordine, governo con Salvini (contratto gialloverde), governo con Zingaretti, “il partito di Bibbiano” (inciucio giallorosso); e adesso governo con “l’Apostolo delle lobby bancarie” (esecutivo di salvezza o di ricostruzione nazionale).

I 41 ribelli, dal canto loro (e non sono i primi), rivendicano da un altro punto di vista, diametralmente opposto, proprio la fedeltà alle ragioni iniziali del Movimento, tradite semmai dagli altri (è appunto, una guerra di fedeltà contrapposte). Loro si difendono: un conto è andarsene dal partito, un conto dissociarsi dal gruppo parlamentare. E poi, la storia della regressione grillina parla chiaro: tristemente e definitivamente finiti i tempi del No-Tav, No-Vax, No-Tutto etc.

Poi, c’è la piattaforma Rousseau, nata per sancire e certificare la classe dirigente, i programmi e addirittura le scelte istituzionali (sì e no ai governi), fungendo quasi da terza Camera della Repubblica, che dovrà pronunciarsi sulla Raggi a Roma; sindaca uscente che non vuole fare il passo indietro, in omaggio a una area riformista da costruire, alleandosi col Pd, per esprimere unitariamente Gualtieri, come candidato unitario del centro-sinistra.

E infine, Di Battista che sabato ha deluso i duri e puri che confidavano in lui, sciorinando via web la solita narrazione rivoluzionaria da salotto: ideologismo astratto e tanto pragmatismo politico… molto personale. Morale: giacobino nei valori, rivoluzionario nelle frasi, ma niente nuovo Movimento da guidare. Solo libri e vita avventurosa, terzomondista, esotica. Ecco il suo lessico: “Non fondo un partito, non mi metto alla guida di una scissione e dei dissidenti”. Una comunicazione apolitica. Poi, però, il consueto ideologismo: “Io ho letto le sentenze che dicono che il Cavaliere ha finanziato la mafia fino al 1994 e non posso collaborare con questa gente”. Ogni riferimento al governo Draghi, è puramente non casuale.

E ancora: “Draghi è un uomo dell’establishment, come Giorgetti”. Poi, torna politico: “Ero pronto a fare il ministro del Conte bis, ma poi mi dissero che insieme a me avrebbe dovuto farlo anche la Boschi e allora mi sono fatto da parte. Ero pronto ad entrare anche nel Conte-ter, senza Renzi, ma poi il Movimento ha cambiato idea”. Riassunto: politico quando serve, ideologico quando serve. Un Di Battista a metà tra Saviano e Andreotti.

Le sue parole sono state emblematiche, segno di una schizofrenia che rappresenta, fin dalla nascita, il mito incapacitante dei grillini: il massimo di ideologismo giacobino (moralizzazione della vita pubblica, apriamo il parlamento come una scatola), il massimo di praticità a senso unico (governo con destra e sinistra).
E non meraviglia che ora alla Camera e al Senato ciò che resta di un grande esercito possa disperdersi in vari rivoli. Sono le diverse gambe culturali, emotive e fisiologiche del grillismo: il moralismo di sinistra (la lotta di classe individuale contro le caste, l’uno vale uno, la democrazia diretta), il populismo di destra.

Infatti la metastasi parlamentare dei grillini, dilaniati dopo la fiducia al governo Draghi, si orienterà in tre direzioni: qualcuno resterà con il trasformismo di Di Maio e Grillo, qualcun altro veleggerà verso l’estrema sinistra; qualcun altro verso il sovranismo di Paragone (no euro, no Bruxelles, come ai vecchi tempi del Vaffa).
“Torna donde venisti”. Per il Movimento si può adattare comodamente la profezia che Enea ascoltò dall’Oracolo di Delfi.
Ma “l’eterno ritorno” grillino lascia dietro di sé, salvo qualche eccezione, le macerie di un gruppo dirigente incompetente e fallimentare. Che ha paradossalmente creato le condizioni per il commissariamento attuale della politica, gestito dai “veri e unici” competenti: i tecnici.

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