Caso Morra e Calabria. L’effetto-metastasi del moralismo grillino

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Morra, al di là di come finirà il suo contenzioso con la dirigenza 5Stelle, se la procedura di espulsione sarà definitiva o se ci saranno ancora margini per un suo recupero (cosa assai improbabile, visto che ha osato votare contro Draghi), rappresenta nel bene e nel male l’assolutismo grillino in via di decomposizione.

Quell’effetto-metastasi che produce sempre il giustizialismo, il moralismo, applicati in modo ideologico e settario alla politica; non lasciando scampo a nessuno, dividendo il mondo in buoni e cattivi, ladri e poliziotti; dove i garantisti sono per definizione gli alleati dei delinquenti e i forcaioli i sostenitori della legalità.
Ma come finiscono questi assolutismi? Con la ghigliottina (mediatica o professionale), la stessa che condivise fisicamente a suo tempo, Robespierre con i nobili, i nostalgici dell’Ancien Regime, i monarchici e i suoi nemici politici interni (i girondini): c’è sempre un puro più puro di te che ti epura.

Il grillismo, infatti, è partito alla grande e si è affermato, in qualità di fenomeno populista, avendo l’obiettivo di moralizzare la politica, far fuori la casta corrotta e affermare la vera democrazia. Tutte le sue prime battaglie, dal taglio dei parlamentari al reddito di cittadinanza, sono state all’insegna di tale felice e legittima impostazione. E il suo dogmatismo l’ha speso prima bene, poi inesorabilmente male, confermando la tradizione negativa di ogni movimento anti-sistema, che quando va al governo e deve scontrarsi col compromesso, con la mediazione, la complessità della politica, va in crisi. E la sua immagine di rinnovamento morale è gradualmente sbiadita, partorendo da un lato, un governismo molto pragmatico, cinico, disinvolto, che ha fatto perdere al Movimento la sua identità, diventando la bandiera della liquidità; dall’altro, il vagheggiare e il riferirsi sempre di più a un improponibile e utopistico moralismo (che è l’opposto, è la deriva, la parodia della moralità).

Questo spiega gli atteggiamenti ciclicamente fuori contesto di Morra, presidente della Commissione anti-mafia.
Il meccanismo è semplice: dall’idealismo all’integralismo. Un vulnus che ci appartiene molto come popolo. La mente partorisce un proposito astratto, ideologico e moralista; la comunicazione esprime di fatto una violenza, una postura che non tollera incertezze, inciampi, disguidi, opacità e ambiguità.
Quando il presidente Morra ha insultato i calabresi, rei di votare in modo sbagliato e meritarsi la compianta Jole Santelli, ha ribadito questo limite culturale grillino. Che volendo rappresentare il popolo nei suoi umori e nelle sue esigenze di libertà, moralità e cambiamento, ha finito e finisce per costruire, agire, comportarsi e riconoscersi in una élite classista, antidemocratica, che naturalmente ha il compito di educare ai valori giusti il popolo bue, ignorante e arretrato. Questa è stata la regola di ogni regime paternalistico-totalitario-statalista, da Sparta al Settecento, dall’Illuminismo al comunismo, al fascismo, al nazismo, fino all’attuale mondialismo radical e liberal.

Non stiamo ovviamente dicendo che Morra è nazista, comunista etc. ma che anche la democrazia perfetta può essere un idolo. Al punto che lo stesso Rousseau disse che per esserlo sul serio, la democrazia avrebbe avuto bisogno di uomini “simili agli dei”. E i nostri politici, come tutti noi, dei non sono.
E come se non bastasse, questo atteggiamento integralista, col recente episodio di domenica, ha assunto aspetti anche tristemente caricaturali, tipicamente italioti. Sempre in Calabria, Morra si è distinto per un’incursione dentro un ufficio sanitario, ha denunciato presunti disservizi, ha dato degli incapaci a medici intenti a vaccinare i cittadini; ha interrotto il lavoro altrui, aggredendo verbalmente il direttore dell’Asp di Cosenza, Mario Marino e cinque medici dello staff, tra cui due donne.
Denuncia, blitz per controllare eventuali irregolarità, disorganizzazione amministrativa, favoritismi familisti nella distribuzione delle dosi? No, il pretesto tecnico, i telefoni che non funzionano; il motivo vero, pare (aspettiamo la smentita), il sospetto che gli uffici avessero trascurato dei suoi parenti. Familismo di ritorno, anzi no, è l’eterogenesi dei fini grillina.

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