Polemica-Dante. Pregiudizio anti-italiano, peccato religioso e peccato laicista

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Settecento anni e non sentirli. Soprattutto quando in occasione dell’anniversario della sua morte, impazzano nuove e vecchie polemiche su di lui, unicamente per fare notizia. Dante ancora una volta, nell’occhio del ciclone; Dante “meno moderno di Shakespeare”, con “un ego immenso”; la Divina Commedia “una fabbrica di versi”. E ancora, “antisemita, razzista e omofobo”.
C’è un certo legame tra l’odierno astio tedesco, che ha spinto ieri la “Frankfurter Rundshau” a demolirlo, e la richiesta-choc di qualche anno fa, dell’organizzazione “Gerush-92”, di bloccare l’insegnamento nelle scuole del suo più famoso capolavoro.

Confesso che quando ho appreso dell’ennesimo attacco contro il “ghibellin fuggiasco”, alias “guelfo-bianco”, per una volta nella vita, sono stato totalmente d’accordo col ministro dem della Cultura Franceschini: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
Questo odio è antico: ha a che fare con un mai domo pregiudizio anti-italiano, che serpeggia da secoli in Europa. Nasce da un complesso di inferiorità da parte delle altre culture (in primis, quella anglo-sassone, ma pure i cugini francesi non scherzano), che ritengono di detenere l’egemonia e il primato del sapere.
Ma come – pensano loro – un paese così disastrato, pizza, spaghetti e mandolino, sinonimo di corruzione e mafia, produce geni, come Raffaello, Dante, Petrarca, Giotto, Leonardo da Vinci, Michelangelo e Leopardi?

E invece loro, gli anglosassoni, pur annoverando una buona media di autori, poeti, scrittori, filosofi, scienziati, difettano in eccellenze. Noi scontiamo forse il peccato mortale di aver avuto un Mussolini che ha esaltato troppo le virtù italiche: basta vedere il cosiddetto “Colosseo Quadrato dell’Eur” e ciò che è scritto “a imperitura memoria”: “Siamo un popolo di eroi, santi, poeti, scienziati, navigatori etc”.
E quindi, si comprende il fastidio psicologico ricorrente che colpisce i nostri vicini, ogniqualvolta c’è una ricorrenza che torna a ricordare le nostre gesta e le nostre opere.
Poi, c’è un altro aspetto: Dante è il simbolo della lingua italiana e della nostra identità nazionale, ben prima del varo dello Stato unitario ottocentesco. L’indipendenza e l’unità nazionale, evidentemente, ancora qualcuno le considera un’onta rispetto agli imperi centrali-versione moderna.

Ma ciò che unisce la polemica tedesca attuale e quella datata “Gerush92”, è l’ideologia. Il pensiero unico liberal e radical, che mira a disegnare il passato e il presente su basi diverse (per impossessarsi del futuro). E in questo, anti-italiani “esteri” e anti-italiani “interni” (nel senso di anti-patrioti, in quanto mondialisti, globalisti), si alleano, si fondono.
Non c’è di peggio che il “giacobinismo retroattivo”. Uccidere o esaltare un personaggio su schemi di oggi, o prendere solo pezzi della sua vita e giudicarli sommariamente, dimenticando che ciascuno di noi, famoso o anonimo, è figlio della sua storia, del suo percorso. Nel bene e nel male.

Questo è stato ed è, il fuoco nazista, comunista, laicista, e l’integralismo religioso, con cui sono stati bruciati i cattivi, le streghe, i libri; o sono state verniciate, sfregiate o abbattute le statue. Il fine è eliminare tutto. Pure il ricordo.
Ma si può scindere Cristoforo Colombo dal suo contesto? O il Gandhi guru pacifista, ma anche il sostenitore della superiorità degli indiani sugli africani? O si può dire che il grande Einstein nel contratto prematrimoniale pretese che la futura moglie dovesse accontentarlo sessualmente a suo piacimento, rispondere solo se interrogata e assicurargli tre pranzi al giorno, eppure passa per esempio luminoso di scienza?
Si può scindere il Montanelli che sposa una minorenne di colore, dal Montanelli giornalista libero dalla dittatura mediatica e non solo, di sinistra, o dal Montanelli gambizzato dalle Br?

Andando a scavare nei particolari delle critiche anti-Dante, si scopre la verità. “Dà fastidio il giudizio”, il fatto che il Sommo Poeta ha diviso il mondo in buoni e cattivi, condannato i cattivi all’Inferno e mandato in Paradiso i giusti, dando una chance ai recuperabili: il Purgatorio. In epoca del “chi sono io per giudicare”, non è accettabile. E poi, apriti cielo, la Divina Commedia condanna (non come atto arbitrario individuale dell’autore, ma in coerenza con la dottrina della Chiesa), l’omosessualità, l’empietà, il furto, la vigliaccheria, l’ignavia, l’omicidio, il suicidio; tutti i comportamenti ritenuti peccati del genere umano. Si può ancora dire? Concetti come la “legge del contrappasso”, sono inammissibili, in epoca di sentimentalismo buonista.

Oggi, va ammesso, non si accetta il limite, il peccato (che etimologicamente vuol dire “essere fuori centro”), il giudizio morale, il reato, la netta differenza tra bene e male. I “nuovi sacerdoti” da decenni stanno imponendo una “neo-religione finto-umanitaria”, dove tutte le verità si equivalgono (la scusa della tolleranza), pertanto, nessuna verità è vera. Questi nuovi sacerdoti sono tolleranti verso tutto, meno con chi non la pensa come loro. E i sacerdoti legittimi? Arretrano in un ruolo che non è più il loro (nel nome di una falsa umiltà e accoglienza): da pastori, educatori sono diventati assistenti sociali.
Discriminare, parola tanto di moda, al contrario della sua demonizzazione, vuol dire “scegliere”. E ogni scelta implica una rinuncia. Oggi viviamo nel mito della non-discriminazione, perché non sappiamo più rinunciare a niente. Dante lo aveva capito? Ai posteri l’ardua sentenza.

Fabio Torriero

Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc.) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione.

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