Il caso degli anticorpi monoclonali. La notizia choc

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Nell’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari per la prima volta è stata somministrata a un minore la terapia a base di anticorpi monoclonali. Il ragazzo, 15 anni, aveva contratto il Covid pochi giorni prima e aveva un po’ di febbre e mal di testa. Tutta la famiglia era stata contagiata e la madre era stata ricoverata. Lo riferisce Repubblica che rende anche noto come al Policlino di Bari 29 pazienti sono stati trattati allo stesso modo.

“La terapia sembra essere andata molto bene: il ragazzo è tornato a casa e sta benissimo, ma siamo comunque in costante aggiornamento – spiega la direttrice dell’unità operativa di Malattie infettive, Desireè Caselli – .Si tratta di uno dei primi casi in Italia di somministrazione di anticorpi monoclonali su minore. La terapia può essere fatta per ragazzi oltre i 12 anni e in questo caso è stato valutato anche il maggior rischio corso dal ragazzo che ha tutta la famiglia contagiata ed è in condizioni di obesità, un fattore di rischio specifico di aggravamento dell’infezione da Covid19. L’idea alla base della terapia con i monoclonali è quella di prevenire le complicanze e le ospedalizzazioni e credo sia molto efficace”. Fin qui l’articolo di Repubblica. 

Ma non è finita . L’Ansa riferisce che anche all’ospedale di Acireale è avvenuta la prima somministrazione nel reparto di terapia semintensiva Covid su un paziente le cui condizioni cliniche rientravano nei requisiti previsti per il trattamento. “L’uomo, di 62 anni, proveniente dalla Lombardia – riporta Ansa – è stato trovato positivo al tampone di controllo nellAeroporto di Catania. Ora è ospitato presso il Covid Hotel dell’Asp di Catania, coordinato dal Mario Raspagliesi”. “Le sue condizioni cliniche – dice l’Asp catanese – sono state ritenute idonee per il trattamento con anticorpi monoclonali e grazie alla sinergia fra Ospedale acese e Covid Hotel, nel pomeriggio di ieri, è stato sottoposto a terapia”.

Nello scorso mese di febbraio l’Aifa (Agenzia italiana del Farmaco) chiamata ad esprimere un parere circa la somministrazione della terapia a base di anticorpi monoclonali, ha emanato la seguente circolare proveniente direttamente dal Comitato Tecnico Scientifico: ““La CTS, pur considerando l’immaturità dei dati e la conseguente incertezza rispetto all’entità del beneficio offerto da tali farmaci, ritiene, a maggioranza, che in via straordinaria e in considerazione della situazione di emergenza, possa essere opportuno offrire comunque un’opzione terapeutica ai soggetti non ospedalizzati che, pur avendo una malattia lieve/moderata risultano ad alto rischio di sviluppare una forma grave di COVID-19 con conseguente aumento delle probabilità di ospedalizzazione e/o morte. Si tratta, in particolare, di un setting a rischio per il quale attualmente non è disponibile alcun trattamento standard di provata efficacia”.

Dunque una lieve apertura, limitata a singoli casi e dunque da non praticare su vasta scala. Del resto proprio in quei giorni il virologo Andrea Crisanti attaccava quanti chiedevano di aprire alla terapia a base di anticorpi monoclonali parlando di inutile speco di risorse per una sperimentazione che di fatto serviva a poco o niente. Una decisione quasi pilatesca quella dell’Aifa, un modo per salvaguardare da una parte la rigida posizione imposta in campo scientifico dai cosiddetti esperti del Cts contrari ad ogni terapia che non rispondesse a quanto deciso in ambito nazionale, e dall’altro per evitare il rischio di incorrere nell’accusa di aver impedito cure che avrebbero potuto salvare i pazienti.

Eppure nonostante arrivino ottime notizie dai risultati della somministrazione continua il boicottaggio nei confronti di questa terrapia. Emblematiche in tal senso le dichiarazioni rilasciate al Il Fatto Quotidiano dall’imprenditore Aldo Braca, titolare della Bsp Pharmaceuticals di Latina, azienda che produce monoclonali da inviare all’estero ma non in Italia. “Li inviamo in tutto il mondo – denunciò Braca nel febbraio scorso – ma in Italia se faccio uscire una fiala dal cancello mi arrestano”.

L’Agenzia del Farmaco, come riportato da Il Fatto, non ha autorizzato la sperimentazione, neppure quando le fiale erano state offerte gratuitamente a questo scopo su iniziativa del virologo Guido Silvestri. Il tutto mentre in Europa si firmavano contratti capestro con le case farmaceutiche per acquistare vaccini che oltre a non offrire le necessarie assicurazioni sul piano sanitario, non garantivano alcun rispetto degli accordi in merito alle dosi.

Ora la domanda di fondo è: per quale motivo tanto diffidenza verso cure che comunque producono effetti positivi e aiutano il paziente a guarire dal Covid? Le spiegazioni possono essere due. Quella più nobile è da collegare ad un eccesso di prudenza o ad un tassativo rispetto di regole burocratiche legate all’esigenza di avere chiari gli effetti benefici di certe terapie; la seconda e meno nobile, si teme invece possa essere legata a sotterranei conflitti di interesse fra attori pubblici e decisionali e le aziende farmaceutiche e dunque alla volontà di imporre un unico sistema terapeutico. Del resto non sarebbe la prima volta che cure ritenute efficaci e salvifiche da chi le ha ricevute vengano bollate come antiscientifiche dalla comunità scientifica. Da Di Bella in poi gli esempi non mancano di certo.

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