Quarta Repubblica. Draghi, Conte, Letta, Giorgetti: ecco il grande centro

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Conte e Letta stanno vivendo situazioni analoghe e sono destinati ad un percorso comune. Li unisce il periodo storico, i partiti che hanno trovato e il governo Draghi che ha imposto un nuovo paradigma. Inoltre, sono speculari anche fisicamente: come il premier (guarda caso) incarnano una visione moderata della politica, esprimono un’aura rassicurante, tranquillizzante, studiosa (per non dire competente). E andranno a occupare una zona geografica un tempo iper-inflazionata, poi sguarnita per decenni, e da poco rioccupata militarmente da tante, troppe truppe, le une contro le altre armate: è il solito centro di gravità permanente.

Adesso, oltre a loro due, il terreno è ambito e lambito da Berlusconi o da chi sarà il suo erede forzista; da Calenda, da Renzi. Con una novità non da poco: la maggioranza trasversale che regge il governo Draghi. Un gruppone di fatto centrista, che sarà l’apripista della sua maggioranza presidenziale, altrettanto centrista-istituzionale. Un gruppone che ha tagliato le estreme e ha obbligato ogni partito a convergere su un perimetro europeista, ecologista, liberale; in pratica tutti, compresa la Lega a egemonia-Giorgetti.
Conte, come noto, sta completando la marcia di avvicinamento verso i 5Stelle; e Letta è stato incoronato dal Pd post-Zingaretti.

Ma se stanno lavorando per guidare questi due partiti, la domanda che bisogna farsi è se questi partiti li vogliano veramente.
E la risposta è direttamente legata alla realtà di questi due soggetti politici ormai in crisi. Che partiti hanno trovato?
Il Pd è un guscio vuoto. Non più progressista, non più clintoniano, non solo partito radicale di massa, liberal, non più neo-post-comunista, non più social-democratico (da “partito degli ultimi” a “partito dei primi”, dei garantiti, dei conservatori dello status quo economico e sociale). Dopo la fase del “governatore del Lazio”, e dopo l’azione demolitrice di Renzi nei confronti del governo Conte, si pensava che andasse, anzi tornasse, verso una sinistra più tosta. Andando addirittura a recuperare la Ditta (D’Alema-Bersani). Invece, no. Non solo Letta simboleggia una vocazione opposta, ma pretende di riesumare perfino Prodi e un nuovo Ulivo, che avrà, parole sue, “come pilastro Conte e i nuovi suoi grillini”.

Anche Bettini, abile regista di trame dem, si è rassegnato alla storia. Adesso sta tentando di recuperare Zingaretti per disegnare meglio l’area riformista 5Stelle-Pd. Riequilibrando verso sinistra, un asse oggi eccessivamente moderato. Anche per evitare gli effetti della “questione romana”: la Raggi che non cede il trono per le prossime amministrative, il Pd che si affida alle primarie, Gualtieri che non ha fatto il passo indietro e Calenda che non intende farlo.
Zingaretti, per Bettini, sarebbe la mossa giusta per salvare capra e cavoli, capra romana e cavoli di centro-sinistra futuro.

E Conte, che partito trova o ritrova? Non sappiamo se il Movimento è ancora un partito. Talmente liquido che si è liquefatto da solo. Non è più anti-casta, no-Vax, no-Tav etc, non è più populista (come da governo gialloverde con la Lega), non è più riformista (come da governo giallorosso col Pd), sarà mai moderato, liberale, ecologista? Stessa triade di Draghi, di Bruxelles, dei soldi del Recovery?
E l’Avvocato sarà votato dalla base? Nel suo discorso di investitura eterodiretta da Grillo, non ha specificato se intende avvalersi ancora della piattaforma Rousseau (la rottura con Casaleggio sembra consolidata), o se ribadirà la regola del doppio mandato (salterebbero tutti i parlamentari che oggi lo dovrebbero accettare). Occasione per costruirsi una squadra personale, che risponderebbe solo a lui.
Se son rose s-fioriranno.

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