Ristoratori. “Io apro” vs “Io chiudo”. La vera posta in gioco: il grande Reset

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Polizia in assetto anti-sommossa, un cielo plumbeo e una Roma caotica hanno accolto la seconda manifestazione dei ristoratori di “Io apro”, nata all’insegna del rischio. Il rischio di una categoria che ha voluto forzare il divieto delle autorità, che col pretesto di un altro incontro davanti a Montecitorio, hanno pensato bene di bloccare, impedire sul nascere una possibile seconda adunata sediziosa, quasi eversiva, inconcepibile in tempi di pandemia e di militarismo etico-sanitario.

Un periodo complicato, dove da mesi non è possibile manifestare, contestare liberamente scelte che vengono dall’alto, da Roma e ancora più in alto, da Bruxelles. Scelte che un tempo avrebbero meritato ben altra attenzione, sia per quanto riguarda il consenso, sia il dissenso.

Ma se opporsi oggi alla campagna obbligata dei vaccini e alle regole scritte del governo e non inchinarsi al “dio vaccino”, fa automaticamente entrare i cittadini nell’inferno No-Vax e nella demonizzazione senza ritorno, scendere in piazza contro la dittatura dell’“Io-chiudo”, sta assumendo purtroppo lo stesso significato.
Tutti, infatti, a parole fingono di parteggiare per i ristoratori e per le altre categorie in crisi, ma in pochi pensano davvero a come risolvere il dramma di tantissime famiglie che sono entrate nella povertà e che non possono accontentarsi di mancette ridicole e provvedimenti tampone non organici, non strutturali.

La manifestazione dell’altra settimana, che ha visto anche qualche scontro con la Polizia, è stata trattata molto ingiustamente e sommariamente da media e dalle forze di maggioranza. Tutti i partiti dell’”arco draghiano”, hanno detto le medesime cose: capiamo il disagio, ma niente violenza.
Domanda: quando si uccidono le persone con leggi sbagliate, ignorando le loro problematiche, i loro drammi e la loro realtà, cosa bisogna fare?
Il tema sono gli infiltrati o gli argomenti? Il ritornello della violenza e degli infiltrati, come da spartito consueto, serve a depistare, spostare il tiro sulle vere responsabilità di una classe politica che non solo ignora una categoria, ma la disprezza.
E allora compito delle persone libere, è cercare di capire le origini di tale disprezzo, di tale rimozione.

Ha a che fare col disegno della società futura che movendo dalla pandemia e dal terrore del contagio, sta velocizzando il suo percorso. Se guardiamo al perimetro forzato del Recovery, come condizione per avere i soldi, troviamo la green economy, l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione. In quanti si sono accorti che dietro questa finta modernizzazione, vestita di enfasi umanitaria, buonista, ecologista, laicista, si nasconde la verità vera? La dematerializzazione del lavoro, la desocializzazione della comunità, la scomparsa progressiva dei luoghi fisici della relazione, dalla fabbrica, all’azienda, alla redazione, ai negozi, i ristoranti, e le piccole e medie imprese. Il futuro governo mondiale dell’economia, unito alla tecnologia, all’informatica, alla sanità e alla nuova comunicazione religiosa (che considera fake news ogni contro-verità e controinformazione alternativa), renderà istituzionali e politiche, le parole ora legittimate dall’emergenza pandemica: distanziamento sociale, confinamento privato, coprifuoco.

Un “Grande Reset”, laddove, secondo i padroni del vapore, il vecchio Welfare non avrebbe più garantito la sopravvivenza a milioni di persone. In pratica, tutti in smart working, senza più tutele e garanzie, solo grandi magazzini, grandi centri e catene commerciali, scomparsa del piccolo e dei piccoli.
Con un’aggiunta non da poco: il massacro delle identità nazionali, viste come ostacolo, come passato. Cosa aveva (e ha) di eccellenza l’Italia? La religione, la cultura, la storia, l’economia, le imprese familiari, l’arte, il cibo. E quali categorie sono state vessate dai Dpcm di Conte e ora dai provvedimenti di Draghi? Basta fare uno più uno. Per rendersene conto. Questi sono i motivi per andare oltre la motivata e sacrosanta protesta di oggi. E per non cadere nella narrazione del sistema.

L’altra volta c’erano gli infiltrati, i professionisti delle rivolte, oggi è stato un flop, data la bassa partecipazione, dovuta pure ai pullman provenienti da tutta Italia che non sono stati fatti passare e le transenne messe al centro storico di Roma.
E la casta cosa dirà? Che la maggioranza intelligente dei ristoratori ha preferito collaborare col governo, piuttosto che scendere in piazza.
Ma la posta in gioco è altra. E si è capito.

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