Terroristi arrestati. Ora bisogna conoscere la verità sugli anni di piombo

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Se una prima telefonata di Draghi ha fatto cambiare atteggiamento alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sulla credibilità del nostro paese (le riforme della pubblica amministrazione, del fisco, della giustizia, le liberalizzazioni, come condizione dei finanziamenti del Recovery), inaugurando una sorta di “sovranismo2.0”, fatto da un europeista convinto, una sua seconda telefonata ha sbloccato una situazione incresciosa incrostata da decenni.
Stiamo parlando dei terroristi rifugiatisi in Francia, protagonisti di esistenze oggi alternative, molto spesso infiorettate e arricchite da sorprendenti occupazioni artistiche, culturali, accademiche o addirittura, imprenditoriali.
Cioè, molti di loro, accolti allora dalla buona borghesia progressista transalpina, come guerrieri romantici, sono riusciti a riciclarsi. E bene.

Ma Draghi ha telefonato a Macron e finalmente 7 ex-brigatisti e affini (Lotta Continua, Pac) sono stati arrestati mercoledì (2 invece, ieri, all’appello ne manca uno), e adesso si attende una giusta, anche se complicata, estradizione.
I nomi? Assolutamente noti alle cronache giudiziarie: Marina Petrella, Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Giorgio Pietrostefani, Sergio Tornaghi e Narciso Manenti, Raffaele Ventura, Luigi Bergamin.

Una cosa è certa: la dottrina del socialista Mitterrand è ormai superata. Tesi garantista, in base alla quale, i condannati per reati politici, hanno goduto finora di garanzie anti-estradizione, proprio nella patria della Rivoluzione e dei diritti dell’uomo. Concetto immediatamente ridimensionato dalla ministra Cartabia: “Si tratta di persone condannate in via definitiva per reati di sangue, non processati per le loro idee politiche”.

Eppure a vedere i loro attuali visi fa una certa impressione. Di alcuni i giornali riportano solo le foto degli anni Settanta (quindi, eternamente giovani); di altri, invece, si legge l’usura del tempo, insieme alle idee che li hanno contraddistinti, che li hanno segnati e condannati: anziani, provati, pallidi ricordi, pallidi fantasmi della lotta armata.
Foto contrapposte come a imprimere, fermare il passato e il presente. Il passato, di persone che non si sono mai pentite (infatti, bisognerebbe definirli terroristi, non ex-terroristi, come le vittime delle loro azioni, uomini delle istituzioni, poliziotti, negozianti, semplici cittadini, non sono ex-vittime, ma ancora vittime); persone che non hanno mai fatto un percorso di maturazione e pentimento, al massimo hanno preso atto che la violenza è appartenuta a una fase storica non riproponibile. Il presente, insieme alla vacuità delle loro utopie, di uomini cinici e indifferenti ai morti che hanno provocato.

Brigatisti, nappisti, a sinistra e Nar a destra, fanno parte degli ultimi prodomi della guerra civile italiana. Riesplosa come appendice del ’68, quando la guerra fredda, parto dell’Europa di Yalta, stava configurando o una svolta autoritaria anticomunista, da parte di settori deviati dello Stato e dei servizi, o l’ingresso democratico del Pci al governo della Repubblica.
Troppi giochi, troppi interessi si sono intrecciati col destino di una generazione che, nel nome dell’ideologia astratta e assoluta, si è bruciata passando dall’idealismo all’integralismo, dall’antagonismo sociale alla strategia militare. Estremisti trasformati in terroristi eterodiretti, percepiti come grandi in una storia più grande di loro. Con indubbie matrici, mandanti e registi certamente sopra le cupole delle loro organizzazioni.

Fu una guerra “bifronte”: per difendersi dal comunismo e specularmente per imporre il vero comunismo, obiettivo che il Pci aveva tradito.
Una guerra sporca e sporcata da ingerenze e infiltrazioni. Dietro le quali si sono nascosti disegni geopolitici internazionali ben precisi e complicità insospettabili.
Quando questi ex-brigatisti verranno in Italia e si decideranno a raccontare quegli anni forse, dopo l’inflazione delle versioni di comodo, riusciremo a fare luce sulle stragi, le bombe, il rapimento e la morte di Moro e tanto altro. A partire dalle camere attigue e porte girevoli che hanno orchestrato e orientato il terrorismo, beneficiandone dei suoi effetti.
Andreotti amava dire che “bisogna usare il disordine per gestire l’ordine”.
Perché una cosa è indubbia (il fattore K, come Cossiga) e un domani, speriamo, uscirà fuori: il terrorismo servì a stabilizzare quel sistema che i terroristi volevano abbattere. Sapremo mai la verità?

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