Riforme. Salvini ha ragione. Piano Marshall e Recovery, stesso inganno. Ecco perché

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Salvini tra le righe ha ragione da vendere. Magari la sua posizione riguarda solo la buccia, l’apparenza politica, ma la polpa è giusta, la sostanza è legittima. E impone una riflessione a 360 gradi. Una ricerca molto “oltre” l’odierno sterile dibattito politico.

Questo governo non può fare le riforme per tante ragioni. Non si è formato per impostare il futuro, ma solo per far ripartire l’Italia a livello economico, completare la campagna dei vaccini e creare le condizioni per una ricostruzione morale e civile, dopo il fallimento dell’antipolitica grillina (e non solo), l’incompetenza della cosiddetta nuova classe dirigente che avrebbe dovuto, nel nome e nel segno “dell’uno vale uno”, moralizzare la vita pubblica, abbattendo la casta e inaugurando la Quarta Repubblica.
Ma le riforme strutturali sono un’altra cosa. Ci riferiamo alla pubblica amministrazione, al fisco, la giustizia, le liberalizzazioni. Presuppongono una visione alta della società e dello Stato, idee forti e strategie omogenee che al momento, la maggioranza eterodossa e plurale che si è formata intorno a Draghi, non è in grado di esprimere e garantire.

Le riforme, come noto, non sono neutre, oggettive, ma frutto di impostazioni ideologiche spesso incompatibili: o liberali o sociali, o stataliste-assistenzialiste o liberiste, tanto per fare qualche esempio.
Salvini ha toccato il punto. Lui forse si limita a pensare al ritorno del centro-destra al governo, liberandosi dei Letta e dei Conte, per questo spinge Draghi a occupare il Colle, o pensa ai prossimi referendum sulla giustizia che intende presentare al Paese, come strada dal basso per cambiare.

Ma la partita è molto più tosta e complessa. C’è dietro l’inganno del Recovery. Esattamente come fu a suo tempo il piano Marshall.
Nel 1947 l’Italia non fu aiutata soltanto per uscire dalla povertà del secondo dopoguerra. Gli aiuti economici Usa furono aiuti politici e ideologici: servirono a farci scegliere definitivamente da che parte stare (l’anticomunismo), evitando pericolose tentazioni terziste (modello-Olivetti), o archiviando i governi di unità nazionale con il Pci e il Psi, allora vicini a Mosca (c’era la logica imperativa di Yalta); servirono a imporre il modello liberista-atlantista che serviva agli americani.

Morale, sul versante economico, è vero che tutto ciò consentì il miracolo economico (tra l’altro, i debiti li abbiamo finiti di pagare qualche decennio fa), ma in primis, il piano disegnò la nostra “sovranità limitata”. E successivamente, ogni qualvolta, il nostro paese ha rialzato la testa, come modello industriale, politica energetica, modello politico indipendente, relazioni internazionali (Enrico Mattei, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi), è stato messo subito in condizioni di non nuocere. Con mezzi leciti e illeciti.

Stessa cosa il Recovery: dietro la narrazione religiosa e salvifica che stanno veicolando da Bruxelles a Draghi, dalla destra alla sinistra; dietro gli aiuti, i quasi 250 miliardi di euro (quanti di questi a prestito, quanti a fondo perduto, quanti riguardano il fondo aggiuntivo italiano, che dovremmo restituire entro il 2056 con le nostre tasse?), c’è la costruzione della società futura sulle ceneri della pandemia. Un modello omogeneo all’ideologia (liberista-laicista) della Ue. Altrimenti non si spiegano i perimetri obbligati e obbligatori come condizione per avere i soldi. Dalla intelligenza artificiale, alla green economy alla digitalizzazione, alla inclusione (la sanità è solo all’ultimo posto nei capitoli di erogazione). E prova delle prove, le tecnicalità legate alle riforme. Che c’entra Bruxelles con la nostra riforma della giustizia, della pubblica amministrazione, del fisco, delle liberalizzazioni, o con la sostenibilità del debito?
Sono questioni e argomenti che attengono alla sovranità nazionale, ammesso che esista ancora. Ecco, Salvini per motivi tecnici ha scoperto il vaso di Pandora. Ciò che ci riserva il futuro. Prendere o lasciare.

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