Voto. Pd, 5Stelle, centro-destra: le tre impotenze della stagione-Draghi

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La politica italiana è stata di volta in volta commissariata dai tecnici, dalla magistratura, dai poteri forti nazionali e internazionali. Attualmente, dopo la stagione nefasta del nuovismo, dell’uno vale uno, del populismo anti-casta, del fallimento della moralizzazione pubblica, sta toccando il punto più basso. Il punto di non ritorno.

Il governo Draghi poi, ha certificato definitivamente i vulnus e i miti incapacitanti dei nostri partiti, imponendo di fatto una mega-area centrista, dove tutti si sono accomodati per non rischiare troppo. In attesa di tempi propizi. Meglio un’autorità come l’ex governatore della Bce, sotto il cui cappello esperto ripararsi, che mettere a nudo una decennale crisi di idee, contenuti e classe dirigente.

Entriamo nel merito di tre impotenze. Quella del Pd è ormai acclarata. Ha fatto ricorso al papa straniero Letta e non sa più che pesci pigliare.
La sua comunicazione è vuota e retorica. Si rifugia da “secoli” in uno sterile ideologismo, completamente avulso dalla realtà. Cosa c’entrano con le ragioni fondanti di Palazzo Chigi (il Recovery, l’emergenza sanitaria ed economica, la ripartenza, la ricostruzione morale), temi come il voto ai 16enni, lo ius soli, l’accanimento per l’approvazione del Ddl Zan, la patrimoniale? Letta non è ignorante. Ci sarà un motivo per tale fuga all’indietro. La verità è che ha scatenato una guerra astratta per mero depistaggio politico. Argomenti a costo zero, giusto per polemizzare con Salvini, dimostrare di esistere, calmare una base sempre più sconcertata e frustrata.
Il Pd, da mesi sta riproponendo slogan europeisti, pronto a riprendere l’antifascismo se conviene (un’arma che rispolvera quando non sa che dire e che fare), e non riesce a costruire una seria alternativa riformista con i grillini, che poi, anche qui, sarebbe la sterile riproposizione di una vecchia formula trita e ritrita: l’Ulivo prodiano.

L’altra impotenza, è quella del Movimento. Conte, speculare a Letta, negli obiettivi e negli aspetti programmatici, sta mordendo il freno. E’ stanco di aspettare la solenne investitura dal partito, dopo che ha ricevuto lo scettro da Grillo. La questione che lo riguarda si fa ogni giorno sempre più complessa e difficile. Da una parte, la componente rivoluzionaria che dopo le troppe parentesi governiste (gialloverdi, giallorosse), vorrebbe tornare alle origini; dall’altra, il nodo della piattaforma Rousseau (soldi in cambio del file degli iscritti che Casaleggio non vuole cedere). In mezzo, l’inquietudine di un partito che tende sempre più ad assomigliare al Pd: moderato, liberista, ecologista, laicista. Se non è zuppa è pan bagnato.

La terza impotenza è quella del centro-destra, tutto insieme. Al di là delle dichiarazioni altisonanti e la compattezza ostentata, la frattura causata dalla diversa scelta di Fdi e Lega di partecipare o meno al governo, l’antagonismo interno, sembrano macigni difficili da superare.
L’impasse sui nomi amministrativi lo dimostra chiaramente. Il ricorso a personaggi passati (Albertini, Bertolaso), o a tecnici, o a esponenti della società civile, non è una strategia virtuosa per allargare il consenso, ma la manifestazione di un arretramento di consensi e di credibilità. Oltre che una mancanza genetica di classe dirigente spendibile e competente, che non siamo gli storici cerchi magici all’ombra dei capi.
Ad esempio, come ci si può affidare a personaggi come Michetti, con tutto rispetto per la persona e la sua storia personale e professionale, solo per ribadire la leadership di Fdi sulla Lega?
Tre impotenze fanno un’impotenza al cubo. E’ la Quarta Repubblica.

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