2 giugno. Quale festa per quale Repubblica? Il dopo-Mattarella

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Dal 2 giugno in poi, assisteremo e ascolteremo mille dichiarazioni ufficiali, solenni, in omaggio alla Repubblica. Inviti all’unità, alla concordia, al senso delle istituzioni.

Premessa: chi scrive detesta la retorica, quella patriottica, quella mondialista, quella di destra, di sinistra. Il tentativo, l’auspicio forse utopistico, è trovare, individuare, un’autenticità di valori e di obiettivi. Al di là delle mode e dei tempi storici. Un tentativo che dobbiamo fare tutti.
La domanda da porsi è: cosa ci unisce ancora come italiani? Siamo una comunità di destino (il noi), abbiamo un patrimonio valoriale e un’identità condivisa, un progetto, una missione da compiere, o siamo un popolo di pecore anarchiche (l’io), una mera sommatoria di individui e interessi?
La patria, come noto, è la terra dei padri, il riferimento alle nostre radici, alla nostra tradizione. La nazione, dal canto suo, è la coscienza della patria; e lo Stato è la collettività organizzata.

La nostra Repubblica, dopo tanti presidenti e tantissimi governi, è diventata realmente una “res-publica”, uno specchio funzionante di partecipazione, democrazia, regole, autorevolezza, buon funzionamento, integrazione e inclusione sociale? Oppure è irrimediabilmente ostaggio di una classe politica incapace e incompetente, di una magistratura corrotta, di una burocrazia pesante, di un’economia fallimentare, che ha accentuato il solco tra paese reale e paese legale? La pandemia ci risolleverà o affosserà definitivamente?

Innanzitutto, di quale Repubblica stiamo parlando? Per ora ce ne sono state quattro. Annunciate, ma mai varate costituzionalmente, con una Bicamerale o un’Assemblea costituente. Da noi, c’è stata sempre la pretesa di costruire la “nuova casa” partendo dai balconi, il sistema elettorale. E infatti, di sistemi elettorali ne abbiamo infiniti, uno per i comuni, uno per le regioni, uno per il parlamento, che poi cambia sempre.
La seconda Repubblica doveva nascere sulle rovine di Tangentopoli, all’insegna dell’anti-corruzione. La terza era quella del sovranismo e del populismo grillino contro le caste. La Quarta è quella di Draghi, della ricostruzione morale e della sperata ripartenza economica. Ed è quella che ci lascia il presidente Mattarella, un capo di Stato che non ha picconato, non ha fatto il notaio, né il regista di trame occulte, ma ha promosso attivamente la legalità costituzionale.

Ma sapremo domani, trovare, ritrovare, l’unità nazionale? Anche il lockdown ha lasciato segni indelebili: cittadini che fanno la spia, militanti della mascherina, una guerra malata tra poveri, tra cafoni della libertà, incapaci di rispettare qualsiasi divieto e paranoici della paura, sudditi perfetti di qualsiasi Stato etico (in questo caso, sanitario).
Ma d’altra parte, la non-unità è stata il nostro Dna. Di solito nasce prima la patria e poi lo Stato. Noi siamo andati a rovescio: prima è partito lo Stato unitario (l’epopea risorgimentale), poi è arrivata, molto lentamente, la nazione: l’elasticità dello Statuto albertino, l’allargamento del suffragio, l’apertura alle masse cattoliche e socialiste, le trincee della prima guerra mondiale etc.
Poi, il seguito è stato peggiore della partenza: siamo e restiamo figli di patrie di parte.

Il Risorgimento liberal-moderato, ha escluso la componente sociale e repubblicana dal processo unitario; il fascismo ha escluso lo Stato liberale-giolittiano; l’antifascismo ha escluso il fascismo e il Risorgimento moderato, recuperando solo l’anima sociale e repubblicana del 1861 e le identità allora escluse (cattolici e socialisti). Nel 1946 mezza Italia votò Monarchia e mezza Repubblica. In seguito ci siamo divisi durante la guerra fredda (anticomunisti e comunisti), e abbiamo riproposto, per decenni, la guerra civile (antifascisti-anticomunisti). Negli ultimi anni siamo stati e siamo ancora, opposte tifoserie: berlusconiani-antiberlusconiani, salviniani, anti-salviniani, e via dicendo.
Come se non bastasse, sulla carta siamo una “Repubblica spezzatino”: ancora parlamentare, un po’ social, un po’ presidenzialista (le nomination dei sondaggi e della piazza), un po’ federalista (la riforma del Titolo V, che ha creato parecchia confusione).
Con questo retroterra, possiamo guardare al futuro? Un bel compito che spetta al successore di Mattarella.

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