Ue. Patto di stabilità e riforme-Recovery. L’Europa torna matrigna

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Ue benigna, matrigna? Ormai la risposta è evidente a tutti. Lentamente Bruxelles sta rivelando il suo vero volto. Anzi, per meglio dire, sta tornando alla sua natura primigenia. Quella di partenza (che non ha caso ha subito azzerato le radici cristiane, ammettendo ideologicamente, nel preambolo della sua Costituzione, unicamente il collante illuminista-liberista).

Sembrava che la pandemia avesse mostrato un sorprendente cuore solidale (come almeno era nelle intenzioni dei padri costituenti). Invece no. La Commissione ha ribadito il suo esclusivo Dna finanziario, affaristico, lobbistico. Ed ecco che ora, dal Recovery all’annuncio di qualche giorno fa, la morsa alla libertà dei popoli si è nuovamente stretta. Siamo all’epitaffio di ogni residuo di sovranità.

Cosa è successo? Dal primo gennaio 2023 – questo è l’annuncio del 2 giugno scorso – sarà ripristinato il patto di stabilità. E noi saremo costretti a tirare la cinghia prima ancora di avere preso i soldi (tra l’altro in estate, solo una mancetta di 23miliardi).

Altro che aiuti alle economie in difficoltà, già vessate dai vincoli imperativi di Maastricht (rapporto deficit-pil, debito-pil), molto prima del contagio. Un esempio emblematico? La Grecia.
Insomma, le regole del bilancio, che a oggi ci hanno consentito di sopravvivere, saranno sospese solo fino al termine del prossimo anno: la clausola di salvaguardia che le ha disattivate nella primavera del 2020, per evitare che la crisi sanitaria degenerasse in una catastrofe economica e sociale, sarà riattivata. Il pretesto-ricatto è che il disavanzo degli Stati membri, nel frattempo, è paurosamente risalito (ma va?). Il nostro ha toccato quota 159,8% (prima del Covid era al 134%).

Come e dove si metteranno ora i nostri politici, tutti draghiani, tutti europeisti? Gentiloni pensa ancora di convincere la Commissione a cambiare parametri, ma dal Palazzo non ci sentono. Emblematica la comunicazione del vice-presidente Valdis Dombrovskis: “Le regole previste sono già flessibili. Gli Stati, da anni, hanno a diposizione tutte le leve per riequilibrare le loro economie”.
Una posizione senza via d’uscita: se salta il profitto dei soliti noti, crolla tutto il castello Ue.

E ovviamente, questo ricatto è legato alla mistica salvifica del Recovery. Sempre Dombrovskis: “I paesi con indebitamento elevato dovranno tenere a freno l’aumento delle spese correnti, in particolare quelle che tendono a diventare permanenti, privilegiando gli investimenti, che faranno perno sui trasferimenti di Next Generation Eu”.
Come volevasi dimostrare. Dalla padella alla brace.

Pure qui il passaggio obbligato è logico e autoritario (dal punto di vista di Bruxelles). Non ti sostengo più, ti do i soldi se ti adegui alle regole e alle riforme che ho previsto per te, che servono a uniformare le società, le istituzioni, il pensiero dei cittadini. E quali sono? I perimetri legati allo stanziamento dei fondi del Recovery, e alle tecnicalità. Altrimenti niente soldi. Ci riferiamo alla Green economy, alla digitalizzazione, all’intelligenza artificiale, contenuti interni e indispensabili, pena l’illegittimità di ogni progetto. E ci riferiamo alle riforme della giustizia, della pubblica amministrazione, del fisco, della sostenibilità del debito.

Cosa c’entrano queste riforme per avere i soldi che dovrebbero consentire la nostra uscita dalla crisi sanitaria? Salute che naturalmente è all’ultimo posto dei capitoli del Recovery. Prima ci sono la transizione energetica, la digitalizzazione, addirittura la coesione sociale e l’inclusione (il cavallo di Troia che imporrà il gender nei paesi membri).
Riassumendo, da un lato, il ritorno del patto di stabilità; dall’altro, le riforme per omologarsi a Bruxelles: il dato è tratto. Meditate gente, meditate.

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