Macron. Idea: e se dessimo un po’ di schiaffi ai nostri politici?

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Cosa si prova quando vengono schiaffeggiati i capi di Stato, di governo, o importanti leader politici? Due sensazioni diametralmente opposte: una negativa, legata al reato, alla mancanza di rispetto, alla violazione della dignità umana; l’altra divertita, perché ha a che fare con l’irrisione, la provocazione, la sfida nei confronti del potere. Un sentimento, una reazione, che da sempre albergano nell’inconscio e nell’immaginario collettivo (il desiderio di stare al posto dello schiaffeggiatore). Ceffone che fa il paio con le torte in faccia, o le scarpe tirate addosso a personaggi come Bush.

Qui non si tratta di giudicare le ragioni della protesta nei confronti del presidente della Repubblica francese, se giusta o sbagliata, nella forma o nella sostanza, ma di approfondirne gli aspetti simbolici a 360 gradi.
I Capi di Stato prescindono dal loro “corpo fisico”. Sono espressione (anche se il termine sembra in disuso), del “corpo mistico” della nazione. Il presidente della Repubblica, infatti, rappresenta lo Stato, l’incarnazione vivente della patria, la Costituzione. Pertanto, ogni atto nei suoi confronti, dal vilipendio verbale alla violenza vera e propria, sono legittimamente soggetti alla legge. L’articolo 4 dello Statuto albertino riteneva la figura del re “sacra e inviolabile”, ribadendo il valore sacrale delle istituzioni, indissolubilmente connesse col dato fisico del sovrano.

Ma proprio, questa concezione alta, quasi mistica, si espone al suo rovescio. Se non si condivide radicalmente lo Stato o la politica del governo, la reazione naturale è la contestazione e nei casi più estremi, la soppressione, la cancellazione del simbolo statuale. Nel passato tantissimi re e anche presidenti sono stati uccisi da attentatori anarchici o da militanti, attivisti di fazioni nemiche, o esponenti di partiti eversivi. Con quell’azione gli autori del gesto (il motivo è simile) intendevano protestare per leggi sbagliate, comunicare l’esigenza di una rivoluzione, di un cambiamento drastico delle istituzioni. Il nostro re Umberto I è morto a Monza, colpito dai proiettili dell’anarchico Bresci, dopo la repressione nel sangue dei moti milanesi, ordinata dal Quirinale ed eseguita dal generale Bava Beccaris. La prima guerra mondiale è scoppiata dopo l’attentato all’erede al trono asburgico, per ragioni nazionalistiche.
Se prima c’erano le ghigliottine, preludio o epilogo inevitabile delle rivoluzioni, a sancire la massima censura ideologica e la massima cesura nei confronti di modelli e regimi, ritenuti affamatori del popolo, oggi sono rimasti i ceffoni.

In Francia, come è noto, il sistema presidenziale, è una sorta di “monarchia repubblicana”, il potere è centralizzato e lo Stato è a vocazione autoritaria. In aggiunta, il sistema elettorale blinda di fatto i partiti storici, impedendo a forze che hanno il 30% dei consensi, di governare, di contare (in Italia per molto meno si conquista Palazzo Chigi). L’impotenza del Fronte nazionale, ad esempio, spiega bene questo verticismo. Quindi, alle forze di opposizione, ai movimenti di antagonismo sociale, come i Gilet gialli, per farsi ascoltare, non resta, come è accaduto, che il clamore della piazza, spesso degenerato in manifestazioni cruente e scontri con le Forze dell’Ordine.
Ripetiamo, non c’è nessuna giustificazione della violenza o simpatia per atti sovversivi, ma la constatazione oggettiva di una “frustrazione costituzionale”, che fa danni e che in questo caso, ha riguardato la Francia. Sofferenza che non capita, o capita meno, nelle repubbliche parlamentari, dove le forze alternative, con un diverso sistema elettorale, vengono costituzionalizzate (si trasformano addirittura in benzina riformatrice), perdendo la carica “esplosiva”. L’evoluzione o l’involuzione dei grillini è emblematica. Ma di fatto questa integrazione stabilizza l’equilibrio istituzionale e il quadro politico.

Siccome ogni processo storico prepara quello successivo (l’assolutismo monarchico francese ha creato le condizioni dell’assolutismo giacobino del Terrore), la “monarchia di Macron”, evidentemente, sta preparando la sua “successione”. Divertente l’assonanza identitaria di chi l’ha colpito, fingendosi un fan. Un militante monarchico, al grido capetingio, il motto dei re francesi “Montjoie! Saint Denis”.
E non a caso, in parlamento c’è chi ha rivolto un appello per difendere la democrazia sotto attacco, auspicando “un sussulto repubblicano”. Divertente pure la difesa imbarazzata della legalità da parte della Le Pen: lei conosce perfettamente gli umori di una certa base giovanile e non solo, che in qualche modo si richiama alla tradizione dell’Action Francaise.

Ma per un attimo, passiamo all’Italia. Entriamo in uno scenario da film. Sarebbe divertente dare schiaffi ai nostri politici ogni volta che tradiscono il loro elettorato o commettono errori evidenti. Altro che il voto (una bocciatura che non basta).
Schiaffi alla Raggi per come governa Roma, ai grillini per le giravolte che hanno prodotto da quando sono entrati al governo; schiaffi alla sinistra per come ha abbandonato gli “ultimi”, i diritti sociali ed economici, per difendere i “primi”, i garantiti, lo status quo, le banche, la finanza, i poteri forti; schiaffi alla destra per non aver espresso una classe politica degna di nota e aver perso tutte le occasioni di governo per cambiare veramente l’Italia. Non si salverebbe nessuno. Avrebbero tutti la faccia gonfia.

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