Conte. Altro che rivoluzione gentile. Sarà il partito della pochette

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Partiamo dalle idee di Conte per rifondare la testa e il cuore dei grillini. Premessa: se a ogni evento e incontro pubblico, l’avvocato di Voltura Appula continua a presentarsi con l’orologio sempre fermo alla stessa ora, vuol dire che non gli interessano il tempo, la realtà, il partito, come collettività umana, ma solo l’apparenza, l’immagine, la superficie; ossia, far vedere unicamente che ha un importante e costoso monile al braccio, in linea con la pettinatura e la solita pochette d’ordinanza. Il che vuol dire che anche il suo nuovo prodotto partitico, ottenuto grazie all’incoronazione di re Beppe, sarà molto probabilmente fuffa.

Ecco l’utopia di Giuseppi, denominata urbi et orbi “Rivoluzione gentile”: Partito moderato, riformista, liberale, ecologista. Novità, i suoi parlamentari non saranno più “i portavoce”, “i delegati” del popolo (era il vanto dello statuto primigenio), ma come tutti gli altri partiti si chiameranno “onorevoli” (una normalizzazione ormai consolidata). E ancora: scandalo, sarà possibile il terzo mandato.
Cosa vuol dire e che futuro ha questa svolta “storica”? Tra l’altro condizionata da due fattori: l’enfasi religiosa che Conte ha voluto dare al suo nuovo inizio (“Ho bisogno di una grande investitura, non posso accontentarmi di un semplice voto di maggioranza”), pena la rinuncia, e, secondo dato, lo sblocco della vicenda-Casaleggio.

Perché Conte ha bisogno di un plebiscito? Lapalissiano: vuole lo scettro assoluto del comando. Non ama essere contraddetto o contestato (metodi ereditati da Palazzo Chigi con Casalino), si affievolirebbe la sua immagine. Quindi, il nuovo partito non sarà democratico, né partecipato, né condiviso (rivoluzione poco gentile): in questo sarà in linea sia con gli altri partiti nazionali di fatto leaderistici, autocratici (il partito-persona è il lascito di questo sistema politico), sia con la storia effettiva del grillismo, rousseauiano nel Dna: democratico nella buccia, totalitario nella polpa, con un capo, un garante, una guida suprema che scrive e impone il verbo.
La verità è che il consenso assoluto serve pure all’ex premier per ammorbidire le opposizioni interne e garantire il nuovo passaggio.

Ma la domanda che bisogna porsi è che partito sarà mai quello che si va a strutturare e che chiederà il voto alle prossime elezioni. Un partito diviso, frammentato, spappolato, da forza di maggioranza relativa (il 32% alle politiche del 2018) all’attuale desolante 14%, secondo gli ultimi sondaggi. Ha avuto il merito di unire a suo tempo il populismo di destra e il moralismo di sinistra, di inaugurare il nuovo schema politico “alto-basso”, popolo contro caste, di annunciare la moralizzazione della vita pubblica, federare tutte le proteste (No Tav, No-Vax), e ha avuto il demerito, appena entrato nella stanza dei bottoni, di aver deluso tutte le aspettative. Ma non solo deluso, tradito (in primis, il fallimento delle esperienze amministrative dei suoi sindaci), ma rovesciato tutta la linea identitaria che lo ha caratterizzato. Nel nome della liquidità e del trasformismo fatti sistema.

Su queste ceneri, ogni cosa, ogni giro di volta, a questo punto è, è stato, e sarà possibile: da partito antisistema, per la democrazia diretta, a partito moderato, liberale, ecologista, per la democrazia delegata, al punto che i suoi eletti saranno chiamati, appunto, onorevoli, esattamente come quelli della Lega, del Pd, di Fdi, di Fi etc. Cioè, i tanto odiati professionisti della politica, sinonimo di corruzione e malgoverno.
Per non parlare del terzo mandato, cedimento completo alla prassi e alla logica del carrierismo politico. Qui, pare che Conte abbia ceduto per ragioni economiche: molti deputati e senatori al secondo mandato hanno minacciato di non pagare le nuove rette al partito, se non fosse cambiata questa condizione-capestro, giudicata superata e non più in linea con i desideri collettivi.

Un trasformismo liquido a 360 gradi che vedrà nel duello con Draghi e Letta, la sua più interessante e grottesca rappresentazione. Sempre parole dell’avvocato pugliese: riferito a Draghi (“sostegno al premier, ma il partito di maggioranza relativa non può non contare sui tavoli”); e riferito a Letta (“Noi abbiamo una propensione a dialogare con un elettorato moderato”).
Frasi che si commentano da sole. Primo, il Movimento non è più il partito di maggioranza relativa. Secondo, anche il Pd dialoga con i moderati. Letta e Conte sono gemelli diversi.
E’ evidente che queste dichiarazioni siano solo mera strategia, per distinguersi, ma il problema è che un partito, un leader, si distinguono quando hanno qualcosa di originale da dire e da proporre. E non sembra questo il caso.

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