Conte-Grillo. Quale ego si inginocchierà per primo? La paura di Letta

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Ormai tutti l’hanno capito: nella guerra improvvisa e al momento irreversibile, che evidentemente soffiava sotto la cenere, tra Grillo e Conte, c’è soprattutto una questione di ego ipertrofico.

I due, al di là del carattere e dello stile comunicativo, sono uguali e quindi, incompatibili. Li accomuna una grande dose di opportunismo, furbizia, cinismo, doppiezza, mascherata da assertività, idealismo, romanticismo. Assertività educata, fino a sembrare stucchevole, quella di Conte; aggressiva, sanguigna, pure cattiva, quella di Grillo.

Premessa: i due volevano usarsi reciprocamente e non ci sono riusciti. Grillo, con un partito ormai alla frutta, in crisi di identità, di idee, di proposte e di consenso, dopo essere passato per tutto e il contrario di tutto; dopo aver tradito, nel nome e nel segno della più disinvolta liquidità, ogni battaglia identitaria (anti-casta, no-Tav, no-Vax etc), grazie alle quali, alle scorse politiche, ha ottenuto la maggioranza relativa dei consensi elettorali, non ha pensato di meglio che ricorrere alle ambizioni frustrate di un ex-premier col pallino e il vezzo del comando. E l’ex premier non ci ha pensato due volte a salire sul carrozzone pentastellato, illudendosi che il padre-padrone del Movimento, potesse fare un passo indietro, dopo essere stato il capo, il fondatore, il garante, il motivatore, il regista dietro le quinte, diventando solo il papà, il notaio passacarte, tra l’altro di un nuovo partito che non ha nulla a che vedere col passato: un partito moderato, liberale, ecologista, specchio fedele del Recovery, fotocopia del Pd.

Grillo pensava di cucinare a gioco lento l’ex-premier, conservando lo scettro di fatto, dalla politica estera, alla comunicazione, alla scelta dei candidati etc. Giochetto fallito. L’altro se ne è accorto e ha lavorato su uno statuto autarchico che lo avrebbe garantito dalle ingerenze esterne e superiori.
Questa ambiguità di fondo i due l’hanno pagata a caro prezzo. Al punto che ora, a forza di dare dello psicotico agli avversari, lo psicodramma affligge deputati, senatori e popolo grillino. Sconcertati, spaesati, impauriti, bloccati, divisi tra chi intende seguire Conte e chi restare o tornare con Grillo.

Per comprendere che è solo una questione di ego, basta leggere in controluce le dichiarazioni che i due stanno donando alla stampa, facendo divertire il mondo intero, meno Letta che teme lo smottamento di un prezioso alleato, tale da facilitare il compito alle destre, sia per quanto riguarda il ritorno al governo, sia per quanto riguarda le prossime amministrative e addirittura la scelta del nuovo capo dello Stato.
Grillo: “Quando ho letto lo statutino (seicentesco) ho scoperto che si era messo al centro lui”. Tradotto: si voleva mettere al centro lui.
E ancora, sempre Grillo: “Dopo l’incontro che abbiamo avuto Conte è sparito”. In ogni critica c’è un’autobiografia. Lui muoveva le carte.
Conte: “Grillo ha fatto la sua scelta, essere padre-padrone”. Tradotto, vuole essere lui il padre-padrone.

E ora, come finirà?
In tanti modi, ovviamente liquidi. La politica in fondo, è l’arte di conciliare l’assoluto del pensiero col reale possibile.
Conte vuole far votare il suo progetto su una nuova piattaforma, Grillo pensa di tornare alla Rousseau, vanificando l’accordo e il contenzioso appena risolto con Casaleggio. Al punto che anche l’ex reggente Crimi, rischia di essere costretto a scegliere a quale capo inginocchiarsi.
Chi reggerà? Chi mollerà? Si prevede una scissione, tra i contiani, e i grillini doc, cui potrebbero aggiungersi molti fuggiaschi ed esuli della prima ora.

Compromesso o partito nuovo? Ai posteri l’ardua sentenza. Compresa una scenica riappacificazione. Dal partito e da politici del “mai col partito di Bibbiano”, e poi lingua bocca col Pd, o buoni per ogni stagione (gialloverde, giallorossa), possiamo aspettarci sorprese mirabolanti.

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