M5S, Conte leader senza plebiscito e tanti malumori

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Se il buongiorno si vede dal mattino, allora per Giuseppe Conte l’esordio da leader del Movimento 5Stelle non sembra iniziare sotto i migliori auspici.

Deve ancora essere eletto presidente e deve già occuparsi di espulsioni. Si tratta di due parlamentari che, in disaccordo con la linea del Movimento, hanno votato contro la riforma della Giustizia. Giovanni Vianello e Luca Frusone hanno infatti mantenuto il punto e hanno detto no all’accordo trovato nella maggioranza, che lo stesso Conte aveva benedetto rivendicando il merito di aver “salvato” i processi di mafia e di terrorismo dal rischio di cadere sotto la scure dell’improcedibilità. Ma sono stati ben sedici i parlamentari assenti, fatto questo che certamente non è passato inosservato.

Insomma, Conte si trova a dover gestire una truppa molto frastagliata, popolata di ortodossi che non ne vogliono sapere di fare troppe concessioni sulle battaglie storiche del Movimento, ancora di più con l’avvicinarsi delle elezioni politiche.

Scrive Libero: “Le assenze in aula hanno mandato su tutte le furie Conte, deluso soprattutto dall’ex sottosegretario Ferraresi presente alla fase conclusiva della trattativa e assente anche al voto di fiducia. Il botta e risposta tra il capo politico in via di incoronazione online e i parlamentari M5s ha avuto l’effetto di spaccare ancora di più la compagine grillina. ‘Ha confuso l’autorevolezza con l’autoritarismo’, è il commento che serpeggia tra i grillini anti-Conte dopo l’attacco al deputato Alessandro Melicchio, colpevole di aver votato con FdI e i fuoriuusciti M5s di Alternativa c’è sulle pregiudiziali di incostituzionalità”.

La polemica sulla giustizia ha in pratica rovinato il “successo” della consultazione online sulla piattaforma Skyvote per la modifica dello statuto e l’approvazione delle nuove regole, passaggio fondamentale per assicurare l’elezione di Conte a presidente. I partecipanti al voto sono stati 60.940 su 113.894 aventi diritti, i sì sono stati l’87,36%, i no il 12,64%. Non proprio un plebiscito, anzi da più parti si è parlato di flop visto che ci si sarebbe aspettati una partecipazione molti più ampia degli iscritti di fronte ad un passaggio cruciale per il futuro del Movimento.

Ora Conte dovrà cercare di tenere unite le varie anime, ma al tempo stesso imporre comunque una disciplina. L’espulsione dei parlamentari che hanno votato no alla riforma Cartabia ha tutto il sapore di un segnale di autorevolezza. C’è però chi fa notare come sia stato proprio Conte il primo a criticare la riforma anche dopo che era stato raggiunto l’accordo, affermando che non era quella che il M5S avrebbe voluto. E allora perché tanta fermezza nell’espellere due parlamentari che, in pratica, hanno confermato con il loro no un malcontento comunque molto diffuso fra i gruppi e la base?

C’è chi fa notare che probabilmente la cacciata dei due parlamentari sarà lo scotto da pagare sull’altare della convivenza con Beppe Grillo da una parte e Luigi Di Maio dall’altra, ovvero i garanti del governo Draghi contrari a mettere in difficoltà l’esecutivo e decisivi nei giorni scorsi nel convincere Conte ad accettare il compromesso sulla giustizia. Non è infatti un mistero che i due non abbiano affatto apprezzato i toni ultimativi dell’ex premier nei confronti di Draghi con tanto di minaccia a non votare la fiducia. Per questo Conte non può far finta che non sia accaduto nulla e dovrà sacrificare i due parlamentari ribelli per dimostrare che non saranno tollerati altri sgambetti contro Draghi. E come detto, è soltanto l’inizio.

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